C’è una data cerchiata sul calendario politico italiano: il 2027. E c’è una frase che, pronunciata da Giorgia Meloni nel corso di un’intervista a 10 minuti su Rete4, ha già cambiato i termini del dibattito istituzionale nel Paese. «Non è detto che non si possa superare questo altro grande tabù e avere un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra». Poche parole, dense di implicazioni. Il fronte del Quirinale è ufficialmente aperto.
La premier colloca questo scenario in stretta connessione con la composizione del Parlamento che nascerà dalle prossime elezioni politiche. L’eventualità di un capo dello Stato di centrodestra, riconosce Meloni, è «terribile per un certo establishment». Ma aggiunge, con quella sobrietà argomentativa che distingue il ragionamento istituzionale dalla propaganda, che significherebbe affermare «una cosa banale: chi non è di sinistra non è figlio di un Dio minore, ha gli stessi diritti degli altri». È un principio di equità democratica, prima ancora che una rivendicazione partitica. E come tale merita di essere preso sul serio.
Le dichiarazioni arrivano in un momento di particolare effervescenza. Lo stesso giorno, un retroscena pubblicato da La Verità evocava una presunta candidatura della stessa Meloni al Colle, su iniziativa del generale Roberto Vannacci, quale sigillo di un ipotetico patto politico. Vannacci, interpellato dal Corriere della Sera, ha precisato di non aver mai formulato tale proposta in modo esplicito, salvo poi aggiungere: «potrei essere d’accordo con questa ipotesi». Meloni, da parte sua, ha sempre smentito categoricamente questa prospettiva. La smentita resta ferma.
Più rilevante, ai fini della geometria politica attuale, è la questione dei rapporti tra il centrodestra e il movimento del generale. Meloni è tornata sull’argomento con nettezza: «Difficilmente puoi costruire qualcosa con qualcuno che palesemente vuole solo distruggere». Una frase che vale come sentenza. Vannacci viene collocato dalla premier nel campo delle opposizioni, sullo stesso piano di Schlein, Conte, Bonelli e Renzi: «non vedo grandi differenze», ha detto. È una valutazione politica, non personale, ma non lascia spazio ad ambiguità.
Eppure i temi cavalcati da Futuro nazionale non sono estranei alla sensibilità del centrodestra. Meloni lo ammette senza imbarazzo, e lo fa con un esempio concreto: la remigrazione, slogan identitario del movimento vannacciano, che la premier riconduce alla categoria già operativa dei rimpatri volontari assistiti. «Già li facciamo», precisa. «Lo fa lo Stato italiano, lo fa l’Unione europea, lo fa l’Unhcr: lo fanno tutti». Il problema, aggiunge, si pone con chi non intende partire volontariamente, «e lì diventa chiaramente un tantino più complesso». È un tentativo riuscito di svuotare lo slogan sul piano del merito, restituendo alla politica migratoria la sua dimensione tecnica e giuridica.
Sul piano della riforma elettorale, Meloni non arretra di un centimetro. La nuova legge in discussione alla Camera, sostiene, «non favorisce nessuno, ma favorisce gli italiani che scelgono chi vince». Chi la osteggia, chiosa, è «abituato a governare senza vincere le elezioni». Un riferimento implicito ma trasparente a certe tradizioni della politica italiana. A Palazzo Chigi è atteso, compatibilmente con le agende, un vertice con i leader della maggioranza per definire gli ultimi dettagli della norma.
L’intervista condotta da Nicola Porro ha toccato anche il dossier internazionale. Meloni ha risposto alle parole «approssimative» — così le ha definite — del segretario generale della Nato Mark Rutte riguardo ai voli partiti da basi italiane durante l’attacco statunitense all’Iran. E ha ribadito la propria posizione nei confronti della Casa Bianca di Donald Trump, dopo le recenti tensioni: «Non sono antiamericana oggi, non ero inginocchiata ieri». Una sintesi efficace di una linea che punta alla cooperazione atlantica senza rinunciare alla dignità nazionale. «Credo che l’Occidente sia più forte unito e credo che l’Italia sia più forte in un Occidente unito».
La premier ha poi acceso i riflettori sulla vicenda delle mascherine acquistate durante il Covid, al centro delle indagini della commissione parlamentare d’inchiesta. «Una storia incredibile di cui bisogna parlare», ha detto: commissioni milionarie pagate con denaro pubblico per importare, tramite gara diretta dalla Cina, mascherine di dubbia qualità. Un capitolo che chiama in causa la responsabilità di chi ha gestito l’emergenza e che, nelle intenzioni della premier, non deve restare nell’ombra.
Rimane, sullo sfondo, il nodo irrisolto con Vannacci. Le linee rosse sono chiare e simmetricamente incompatibili. La più profonda riguarda la collocazione geopolitica dell’Italia: il primo punto del programma di centrodestra è l’ancoraggio all’Europa, alla Nato e all’Occidente, con il sostegno all’Ucraina aggredita dalla Russia. Vannacci, invece, rilancia: «Basta sostegno incondizionato a Kiev». Non è una sfumatura. È una frattura. E finché quella frattura non si ricompone, ogni ipotesi di intesa elettorale resta sospesa nel vuoto della convenienza tattica, senza la sostanza che solo una visione condivisa del mondo può offrire.

