È tarda sera in Italia quando la notizia deflagra sui social network con la forza di un colpo a sorpresa. Donald Trump pubblica su Truth un meme in cui Giorgia Meloni appare in atteggiamento di deferente adorazione davanti al presidente degli Stati Uniti, accompagnato da una didascalia che difficilmente lascia spazio all’interpretazione: «necessario un ordine restrittivo». Come se la presidente del Consiglio fosse una stalker da tenere a distanza con un provvedimento giudiziario. La scelta dello strumento — un meme, non una dichiarazione ufficiale, non un’intervista — non è casuale: serve a rendere l’attacco virale, a farlo rimbalzare di schermo in schermo con la stessa velocità con cui, il 19 giugno scorso, aveva circolato il video in cui Meloni si era detta «allibita» per le parole del tycoon.
Stavolta, però, la premier resta senza fiato. A Palazzo Chigi si consultano lo staff e i fedelissimi, mentre Antonio Tajani si muove in parallelo e si attivano i canali diplomatici. Anche l’ambasciatore americano in Italia, Tilman Fertitta, torna in campo: da settimane cerca di ricucire una tela che appare ormai ridotta a brandelli. L’aggravante — e non è dettaglio secondario — è che questo nuovo strappo arriva a quarantotto ore dal vertice della Nato ad Ankara, dove i due leader si ritroveranno faccia a faccia dopo settimane di tensioni crescenti.
Nelle prime ore regna il caos ai piani alti del governo. La linea consolidata era quella di lasciar cadere ogni provocazione, ma un attacco così esplicito e così deliberatamente umiliante mette a dura prova anche la più ferrea disciplina comunicativa. Alla fine prevale il silenzio, anche perché il vertice turco incombe e Trump, ormai è chiaro, si appresta a trasformarlo in un nuovo campo di battaglia. Eppure, solo il mattino precedente, il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva mostrato una fiducia quasi ostentata: «Ankara è stata costruita perché tutto funzioni, gli impegni saranno rispettati e ogni Paese si presenta avendo fatto la sua parte». Parole che, alla luce di quanto accaduto poche ore dopo, suonano come un auspicio rimasto sospeso nell’aria.
Il nodo più intricato che attende i leader alleati ad Ankara non è soltanto quello dei rapporti bilaterali tra Washington e Roma. Secondo un retroscena pubblicato da Politico, Trump intende concentrare l’attenzione del vertice sull’entità della spesa europea per le forniture militari americane, rischiando di relegare in secondo piano i dossier strategici più urgenti: l’allargamento dell’Alleanza, la difesa del fianco orientale contro la Russia, il futuro dell’Ucraina. Al centro di tutto c’è il cosiddetto Purl, il meccanismo ideato da Trump insieme al segretario generale della Nato Mark Rutte per convincere i membri dell’Alleanza ad aumentare le spese per la difesa e a investire massicciamente in armamenti di produzione americana da destinare a Kiev. La testata americana non usa giri di parole: la Nato rischia di trasformarsi in un bancomat per le industrie degli armamenti statunitensi. E tra i grandi Paesi che non hanno aderito al Purl — né intendono farlo nell’immediato — figurano Italia, Francia e Gran Bretagna.
A complicare ulteriormente il quadro è la ritrovata sintonia tra Trump e Vladimir Putin. Una telefonata di un’ora e mezza, la promessa del presidente americano di tornare a mediare con Kiev, e nelle stesse ore il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov che minaccia la Polonia, accusandola di produrre droni destinati all’Ucraina: «Varsavia rifletta sulla propria sicurezza». Un monito che risuona come un avvertimento all’intera architettura di sicurezza europea.
L’Italia arriva ad Ankara con un dato da presentare: una spesa per la difesa che si attesta al 2,8% del PIL, un incremento che Crosetto considera indispensabile a prescindere dalle pressioni di Washington. «Non ho mai pensato — ha dichiarato il cofondatore di Fratelli d’Italia — che le spese della difesa dovessero essere messe in alternativa a spese importantissime come la sanità, la cultura, la spesa sociale. La difesa è uno strumento per assicurare la democrazia e alle persone di vivere in pace e in libertà. Farne parte dell’Alleanza significa rispettarne le regole, piacciano o no». Parole che riflettono una visione matura e pragmatica del multilateralismo, quella di chi sa che le istituzioni collettive si reggono sulla coerenza dei loro membri, non soltanto sulle convenienze del momento.
Eppure quella stessa Alleanza appare oggi più fragile che mai, come se l’imprevedibilità di Trump ne avesse incrinato le fondamenta. Il meme pubblicato nella notte, con il suo carico di sarcasmo e di provocazione deliberata, non è soltanto un episodio di diplomazia social mal gestita: è il segnale di quanto sia diventato precario il filo che lega Washington alle capitali europee. E mentre i leader si preparano a sedere allo stesso tavolo ad Ankara, la domanda che aleggia nell’aria è se quell’Alleanza sappia ancora parlare con una voce sola — o se ciascuno, ormai, stia recitando un copione diverso.

