Chi era Bill Clinton prima di diventare presidente?
Il 19 agosto 1946 nasceva a Hope, in Arkansas, William Jefferson Clinton, figlio di una famiglia modesta di una piccola cittadina del Sud degli Stati Uniti. Quel nome della città natale — Hope, speranza — divenne il simbolo della sua campagna elettorale del 1992, quando fu presentato alla convention democratica come “il ragazzo venuto da Hope”. Aveva 46 anni, era governatore di uno stato periferico e pochi lo conoscevano a livello nazionale. Eppure riuscì a conquistare la Casa Bianca sfidando un presidente repubblicano reduce dal successo nella prima guerra del Golfo.
La sua proposta politica si collocava nell’alveo di quella che, anche in Europa, si chiamò la “Terza Via”: una sinistra di governo orientata al libero scambio globale, alla deregolamentazione finanziaria e a riforme liberiste del mercato del lavoro. Un programma che guardava al pragmatismo economico più che alle ideologie.
Cosa fu la “Clintonomics” e quali risultati produsse?
Lo slogan che sintetizzò la campagna del 1992 è rimasto nella storia della comunicazione politica: “It’s the economy, stupid!” — è l’economia, stupido. Con quella frase, Clinton spostò l’attenzione degli elettori dal prestigio geopolitico di George Bush padre alle difficoltà economiche quotidiane dei cittadini americani, negando al presidente uscente il secondo mandato che sembrava scontato.
Una volta alla Casa Bianca, Clinton mantenne le promesse. La Clintonomics produsse il più lungo ciclo di espansione economica ininterrotta dal dopoguerra: tassi di crescita annui attorno al 4% e oltre 22 milioni di nuovi posti di lavoro creati nel corso dei due mandati. Nel primo mandato, l’aumento delle imposte sui redditi più elevati e il taglio delle spese per la difesa e il welfare contribuirono a risanare i conti pubblici. Clinton lasciò la Casa Bianca con il bilancio federale in surplus, per la prima volta dal 1969.
Quel risultato gli valse un tasso di popolarità del 66% alla fine del secondo mandato: il più alto registrato da un presidente uscente dalla Seconda Guerra Mondiale.
Cosa fu lo scandalo Lewinsky e come si concluse?
Il successo economico non impedì che la presidenza Clinton fosse segnata da una crisi istituzionale senza precedenti nella storia moderna degli Stati Uniti. Nel dicembre del 1998, la Camera dei rappresentanti a maggioranza repubblicana votò la messa in stato di impeachment del presidente, accusandolo di spergiuro e intralcio alla giustizia in relazione alla sua relazione con Monica Lewinsky, stagista della Casa Bianca.
La prova chiave fu il celebre abito blu conservato dalla madre della giovane, che contraddiceva la dichiarazione giurata del presidente: “Non ho avuto una relazione sessuale con quella donna.” Lo scandalo — ribattezzato Sexgate — monopolizzò per mesi l’attenzione dell’America e del mondo intero, ma affondava le radici in un’indagine più ampia condotta dal procuratore indipendente Kenneth Starr, giudice conservatore, che dal 1994 investigava i Clinton sul cosiddetto scandalo Whitewater, relativo a presunti investimenti finanziari sospetti effettuati dalla coppia durante gli anni in cui Bill era governatore dell’Arkansas.
Al processo in Senato, nel gennaio del 1999, Clinton fu assolto: dieci senatori repubblicani votarono in suo favore insieme ai quarantacinque democratici. Al suo fianco rimase sempre Hillary Clinton, la first lady che aveva difeso la solidità del matrimonio sin dalla prima campagna elettorale, nonostante le rivelazioni sul carattere del marito. Clinton detenne il primato di primo presidente della storia moderna a essere messo sotto impeachment fino a quando Donald Trump non fu accusato per ben due volte durante il suo primo mandato: nel 2019 per il cosiddetto Kievgate e nel 2021 per l’assalto al Campidoglio.
Qual è stato il lascito in politica estera?
Anche sul fronte internazionale, la presidenza Clinton fu all’insegna della proiezione globale degli Stati Uniti come superpotenza dominante nel mondo post-Guerra Fredda. Nel 1994 firmò il NAFTA, l’accordo di libero scambio con Messico e Canada. Nel 1993 ospitò alla Casa Bianca la storica firma degli accordi di Oslo, con cui si credeva di poter avviare un percorso verso la risoluzione del conflitto israelo-palestinese.
Le sfide più impegnative arrivarono dai Balcani. Clinton guidò i raid della NATO nel 1995 per fermare la pulizia etnica in Bosnia e portare le parti al tavolo dei negoziati di Dayton, e poi di nuovo nel 1999 con l’intervento militare per il Kosovo. Scelse invece la non-ingerenza di fronte al genocidio in Ruanda nel 1994, una scelta di cui si scusò pubblicamente durante una visita a Kigali nel 1998, assumendosi la responsabilità, insieme alla comunità internazionale, “di non essere intervenuti rapidamente e di non aver chiamato questi crimini con il loro nome: genocidio”.
Come si concluse la sua presidenza e cosa è accaduto dopo?
Nel gennaio del 2001, Clinton cedette la Casa Bianca a George W. Bush, figlio dello stesso presidente che aveva sconfitto nel 1992. La transizione avvenne dopo una delle elezioni più controverse della storia americana: il 12 dicembre 2000, la Corte Suprema pose fine a 36 giorni di conteggi e riconteggi in Florida con un voto a maggioranza, attribuendo di fatto la vittoria al candidato repubblicano. Il giorno successivo Al Gore, il vicepresidente di Clinton, riconobbe la sconfitta.
Clinton commentò l’esito con equilibrio istituzionale, pur non nascondendo la delusione: “Siamo una nazione fondata sulle leggi: il popolo americano vuole in grande maggioranza che costruiamo un centro vitale senza rancori o attacchi personali.”
Negli oltre venticinque anni trascorsi da allora, Clinton ha dedicato le proprie energie all’attività filantropica attraverso la Clinton Foundation, fondata insieme alla moglie Hillary e alla figlia Chelsea, con l’obiettivo di lavorare su salute globale, resilienza climatica e inclusione economica. La Clinton Global Initiative, che si svolge ogni anno in concomitanza con l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è diventata un punto di riferimento internazionale per leader mondiali, premi Nobel e protagonisti dell’economia globale.
Clinton ha inoltre sostenuto entrambe le campagne elettorali della moglie: quella vincente per il Senato nel 2000, quella per la Casa Bianca nel 2008 — conclusa con la sconfitta nelle primarie democratiche contro Barack Obama, che poi la nominò Segretario di Stato — e infine quella del 2016, quando Hillary vinse la nomination ma fu sconfitta da Donald Trump alle elezioni generali.
Oggi, a ottant’anni compiuti, Clinton rimane una figura di riferimento del centrosinistra liberale occidentale: un presidente che ha saputo coniugare crescita economica, multilateralismo e riformismo istituzionale, con luci e ombre che la storia continua a valutare.

