Appalti strategici e anticorruzione: Busia denuncia un sistema che esclude l’ANAC da 179 miliardi di euro

Un terzo degli appalti pubblici italiani gestito in deroga alle regole ordinarie. È questo il dato che Giuseppe Busia, presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, porta all’attenzione del Paese con una denuncia che merita ascolto ben oltre i circuiti tecnici.

Il paradosso dei grandi numeri

L’Italia ha avviato un ciclo straordinario di investimenti infrastrutturali. Centottantadue miliardi di euro destinati a opere strategiche: cantieri, reti, connessioni che dovrebbero modernizzare il Paese e renderlo competitivo nel contesto europeo. Una cifra imponente, frutto anche dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e di anni di programmazione. Eppure, di questi 182 miliardi, meno di tre sono transitati attraverso i controlli preventivi dell’ANAC. Il resto — oltre il 98 per cento — ha seguito percorsi alternativi, sottratti alla vigilanza dell’organismo preposto per legge a garantire legalità e trasparenza negli appalti pubblici.

Non si tratta di una svista contabile. È il risultato di una scelta sistemica: il ricorso massiccio alla figura del commissario straordinario, uno strumento nato per situazioni di emergenza conclamata, ma progressivamente esteso fino a diventare la norma. Oggi, secondo Busia, un terzo dell’intero volume degli appalti italiani viene gestito da commissari nominati in deroga alle procedure ordinarie. Una proporzione che non ha precedenti e che interroga chiunque abbia a cuore il buon funzionamento delle istituzioni.

Trasparenza rinunciata, non semplificata

Il presidente dell’ANAC non contesta il principio della semplificazione procedurale. Le grandi opere richiedono tempi certi, decisioni rapide, catene di comando snelle. Su questo esiste un consenso trasversale tra esperti, imprenditori e amministratori. Il punto critico, tuttavia, è un altro: rinunciare alla trasparenza non equivale a semplificare. Equivale, piuttosto, ad allargare gli spazi in cui opacità e malaffare possono prosperare indisturbati.

Busia usa una parola precisa: «inspiegabile». Inspiegabile che in un Paese con una storia documentata di infiltrazioni criminali negli appalti pubblici, con sentenze passate in giudicato e inchieste ancora aperte, si scelga deliberatamente di ridurre i controlli proprio laddove le risorse sono più ingenti. La logica dell’emergenza permanente, applicata a investimenti pianificati con anni di anticipo, non regge a un esame critico.

Il ruolo dell’ANAC nel sistema democratico

L’Autorità Nazionale Anticorruzione non è un ostacolo burocratico. È un presidio di legalità che l’ordinamento italiano — in coerenza con le direttive europee in materia di appalti e trasparenza — ha costruito proprio per tutelare la concorrenza, proteggere il denaro pubblico e garantire che le imprese oneste non vengano schiacciate da quelle che competono slealmente. Escluderla dal perimetro dei grandi cantieri significa indebolire quel presidio nel momento in cui sarebbe più necessario.

Il tema ha una rilevanza che supera i confini nazionali. L’Unione Europea monitora con attenzione l’utilizzo dei fondi del PNRR e ha posto la lotta alla corruzione tra le condizioni esplicite per l’erogazione delle risorse. Un sistema che sistematicamente aggira i controlli interni rischia di produrre conseguenze non solo giudiziarie, ma anche politiche e finanziarie nei rapporti con Bruxelles.

Una questione di scelte, non di necessità

La denuncia di Busia arriva in un momento in cui il dibattito sulle infrastrutture è dominato dalle esigenze di velocità: il Ponte sullo Stretto, l’alta velocità ferroviaria, i rigassificatori, le grandi opere del Sud. Tutti cantieri che la politica — di qualunque colore — presenta come priorità assolute. Ma la velocità di esecuzione e la correttezza delle procedure non sono obiettivi incompatibili. Altri Paesi europei realizzano grandi opere in tempi ragionevoli senza smantellare i meccanismi di controllo.

La vera questione, dunque, è di natura politica prima ancora che tecnica. Si tratta di decidere quale modello di Stato si vuole costruire: uno in cui le regole valgono soprattutto per i piccoli appalti e vengono sospese per i grandi, oppure uno in cui la legalità è proporzionale alla posta in gioco — e quindi più rigorosa, non meno, quando in ballo ci sono miliardi di euro di denaro pubblico. La risposta che il sistema ha dato finora, nei numeri che Busia ha reso pubblici, è inequivocabile. E non è rassicurante.

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