La crisi industriale che investe Electrolux in Italia non si risolverà in un giorno, ma il quadro che va delineandosi è più articolato di quanto le prime notizie sugli esuberi lasciassero presagire. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha annunciato l’intenzione di individuare una soluzione transitoria sostenibile, capace di salvaguardare tutti e cinque gli stabilimenti italiani ed evitare i licenziamenti, in attesa che l’Unione europea definisca un nuovo quadro normativo per il settore degli elettrodomestici. Una partita complessa, che si gioca su due tavoli simultanei: quello nazionale del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, e quello europeo dei ministri dell’economia.
La dichiarazione è arrivata mentre Urso si trovava a Legnago, nel Veronese, per visitare lo stabilimento Riello — storico marchio del riscaldamento domestico con 1.100 dipendenti nel mondo, 400 dei quali concentrati proprio in quella sede — recentemente acquisito da Ariston dal gruppo americano Carrier. Un contesto industriale ben diverso da quello di Electrolux, ma emblematico della stessa logica: difendere il tessuto produttivo italiano attraverso strumenti europei e accordi che tengano la proprietà all’interno del continente.
Qual è la situazione attuale di Electrolux in Italia?
Il colosso svedese degli elettrodomestici ha annunciato 1.400 esuberi distribuiti su cinque stabilimenti italiani, di cui 420 nel solo sito di Susegana, in provincia di Treviso. A inizio settembre, il tavolo di confronto tra azienda e sindacati — Cgil, Cisl e Uil — si era interrotto bruscamente: le organizzazioni sindacali si erano ritirate di fronte al ritorno degli esuberi nel piano aziendale, chiedendo al ministro di riconvocare le parti. Urso aveva già definito il piano iniziale di Electrolux «irricevibile», e ora ha fissato al 5 ottobre la riunione al Mimit, dopo aver condotto trattative riservate sia con l’azienda sia con i sindacati. L’obiettivo dichiarato è ottenere dall’azienda un piano alternativo, strutturalmente diverso da quello originario.
Il ministro non ha anticipato soluzioni specifiche, ma ha indicato la direzione: contratti di solidarietà, ammortizzatori sociali e misure transitorie che consentano di contenere al minimo gli esuberi effettivi, in attesa che il contesto europeo evolva in senso favorevole. «Non tutto si risolverà il 5 ottobre — ha precisato —, ma da lì deve iniziare un percorso in cui tutte le parti si confrontano sulle soluzioni per rendere sostenibile la transizione.» L’orizzonte temporale è stretto: il consiglio mondiale di Electrolux è previsto per novembre, e l’obiettivo italiano è evitare che gli impianti del Paese finiscano travolti da una ristrutturazione globale decisa a Stoccolma.
Quale ruolo gioca l’Unione europea in questa vicenda?
Il 5 ottobre non è una data casuale. Coincide con il Consiglio europeo dei ministri dell’economia dedicato alla competitività, dove sarà discusso il cosiddetto Non Paper presentato dall’Italia, che chiede il riconoscimento del settore degli elettrodomestici come strategico per l’industria europea. Se accolto, questo documento aprirebbe la strada a un piano europeo specifico per il comparto, con misure di salvaguardia dalla concorrenza asiatica e incentivi per le imprese che producono nel continente. Si tratterebbe di uno strumento di politica industriale di ampio respiro, non di un semplice sussidio emergenziale.
La questione della concorrenza asiatica è centrale. Electrolux ha recentemente stretto un accordo con il gruppo cinese Midea, e la preoccupazione italiana è che gli svedesi non abbiano più interesse a mantenere livelli produttivi significativi in Europa. Urso ha però precisato che, per quanto noto, l’accordo con Midea riguarda al momento gli stabilimenti nelle Americhe, non quelli europei. «È necessario che l’Europa cambi le condizioni e non lasci campo libero all’invasione asiatica», ha affermato, aggiungendo di avere fiducia nella possibilità di preservare gli stabilimenti italiani da un processo di vendita globale. Un auspicio che si traduce in una strategia concreta: usare la leva europea per modificare il contesto competitivo e rendere nuovamente conveniente produrre elettrodomestici in Italia.
Cosa rappresenta il caso Riello nel quadro più ampio?
A Legnago, il clima era ben diverso da quello che circonda la crisi Electrolux. L’acquisizione di Riello da parte di Ariston — completata il 1° luglio — è stata presentata come un esempio virtuoso di come la politica industriale possa funzionare quando le condizioni sono favorevoli. Il presidente di Ariston, Paolo Merloni, e l’amministratore delegato Maurizio Brusadelli hanno accolto il ministro all’ingresso dello stabilimento, prima di un giro tra gli operai impegnati nel montaggio dei bruciatori domestici. «Siamo qui per rafforzare i punti di forza di Riello, per ridarle il ruolo che è giusto che abbia», ha dichiarato Merloni.
Urso ha colto l’occasione per sottolineare il significato simbolico e industriale dell’operazione: un marchio storico del Made in Italy, presente nel settore del calore da decenni, che passa dalla proprietà americana di Carrier a quella italiana di Ariston, rafforzando un campione nazionale con ambizioni europee. «Sono qui per sancire il successo del Made in Italy», ha detto il ministro davanti alle maestranze riunite. Merloni ha aggiunto che «l’Europa è chiamata a difendere la propria industria con scelte coerenti e una prospettiva di lungo termine» — una frase che suona come un’eco diretta del dibattito in corso a Bruxelles sulla competitività industriale del continente.
Cosa possiamo aspettarci nelle prossime settimane?
Il mese di ottobre si preannuncia decisivo. Il 5 ottobre si terrà il tavolo al Mimit con tutte le parti coinvolte nella crisi Electrolux, e nella stessa giornata arriveranno le prime risposte europee sul Non Paper italiano. Se il Consiglio Ue accoglierà la richiesta di riconoscere il settore come strategico, si aprirà uno spazio negoziale completamente diverso per trattare con l’azienda svedese. In caso contrario, il governo dovrà affidarsi agli strumenti nazionali disponibili — ammortizzatori sociali, contratti di solidarietà, incentivi agli investimenti — per guadagnare tempo in attesa che il quadro europeo maturi.
La logica che emerge è quella di un pragmatismo istituzionale fondato su tre pilastri: il dialogo riservato con le parti sociali e aziendali, la pressione politica in sede europea per modificare le regole del gioco, e l’uso degli strumenti nazionali come misura ponte. Non è una soluzione immediata. È una strategia di medio termine che scommette sulla capacità dell’Europa di rispondere con coerenza alle sfide della competitività globale — una scommessa che, nel caso di Riello, ha già prodotto risultati concreti, e che ora viene applicata a una crisi ben più complessa.

