Una tempesta energetica senza precedenti si abbatte sull’agricoltura europea e nordamericana nel momento peggiore possibile: la stagione del raccolto. Il conflitto nel Golfo Persico, scoppiato il 28 febbraio 2026 con l’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran, combinato con i raid ucraini sulle raffinerie russe, ha innescato un’impennata del prezzo del gasolio che mette a rischio la tenuta economica di migliaia di aziende agricole. Le conseguenze si riverberano lungo l’intera filiera alimentare, dai campi alle tavole delle famiglie già provate dall’inflazione.
I prezzi in Italia: un raddoppio in sei mesi
I numeri raccontano una crisi strutturale, non una semplice fiammata congiunturale. Il 27 febbraio 2026, ultimo giorno prima dell’apertura del conflitto nel Golfo, il prezzo medio agevolato all’ingrosso del gasolio agricolo si attestava tra gli 0,85 euro al litro, secondo i dati di Camere di Commercio e Assopetroli. A fine settembre, la Camera di Commercio di Milano registra una media all’ingrosso salita a 1,65 euro al litro, con punte fino a 1,80 euro nelle aree periferiche e nel Mezzogiorno, come segnalato dai sindacati di categoria in Calabria e Puglia. In poco più di sei mesi, il costo del carburante agricolo è praticamente raddoppiato.
Il governo ha risposto il 4 luglio con l’introduzione di un credito d’imposta del 20% sul gasolio agricolo, misura sollecitata con forza da tutte le organizzazioni di categoria. Un intervento apprezzabile, ma che gli operatori del settore giudicano insufficiente a compensare rincari di tale portata. Il gasolio rappresenta la prima voce di spesa nelle aziende agricole meccanizzate, e nessun incentivo fiscale parziale può assorbire un aumento del 100% dei costi operativi.
Le proteste nel Lazio e la voce degli agricoltori
La risposta dal basso non si è fatta attendere. Lungo la via Aurelia, al chilometro 22 tra Torrimpietra e Granaretto, in provincia di Roma, agricoltori provenienti da Fiumicino, Cerveteri, Ladispoli e Anguillara hanno organizzato un presidio con i trattori della durata di tre giorni. Sui mezzi campeggiavano striscioni con la scritta “il carburante aumenta per tutti“, a sottolineare come la crisi non riguardi soltanto il settore primario ma si trasmetterà inevitabilmente ai prezzi dei prodotti finali e ai costi dell’autotrasporto. Gli agricoltori chiedono al governo risposte concrete e sostegni immediati, avvertendo che senza interventi strutturali i rincari si scaricheranno sui consumatori.
Il dilemma americano: embargo o libero mercato?
Anche oltre Atlantico la situazione è critica. Negli Stati Uniti, in piena mietitura di mais e soia, il diesel ha raggiunto il record storico di 6,51-6,53 dollari al gallone, tra il 60 e il 70% in più rispetto ai livelli pre-guerra, contro i 3,70 dollari di un anno fa. Gli stati agricoli del Midwest, a forte base elettorale repubblicana, fanno pressione sulla Casa Bianca attraverso senatori come John Hoeven del North Dakota. Con i sondaggi ai minimi storici in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il presidente Donald Trump ha prospettato un divieto di esportazione del diesel americano per almeno 90 giorni, affermando che “da qui non deve più uscire gasolio”.
L’ipotesi divide profondamente l’amministrazione. Da un lato, Kevin Hassett del Consiglio Economico Nazionale, il segretario al Tesoro Scott Bessent e il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer ne analizzano i potenziali benefici in termini di sollievo immediato per agricoltori e trasportatori. Dall’altro, il segretario all’Energia Chris Wright e il senatore Alan Armstrong si oppongono, indicando i limiti infrastrutturali che impedirebbero di trasferire rapidamente il carburante dalla Costa del Golfo del Messico al Midwest. Secondo le stime di S&P Global Energy, una volta saturati gli stoccaggi, le raffinerie americane sarebbero costrette a tagliare la produzione complessiva fino al 12%, pari a 1,9 milioni di barili al giorno, con il rischio di carenze ancora più acute nel medio periodo.
Il rischio per l’Europa: dipendenza e vulnerabilità
Se per Washington l’embargo è un dilemma politico ed economico, per l’Unione Europea rappresenterebbe uno choc di proporzioni difficilmente gestibili. I dati sono eloquenti e meritano attenzione.
Sul fronte della risposta europea, il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto di allentare temporaneamente le norme sulla qualità dei carburanti — in materia di densità e vaporizzazione — per incrementare la resa delle raffinerie tra il 5% e il 20%, puntando al contempo sui biocarburanti. Una proposta pragmatica che merita una valutazione seria a livello comunitario, anche se non risolverebbe il problema nel breve periodo.
L’Italia e il sistema di raffinazione nazionale
Nel contesto europeo, l’Italia dispone di un apparato produttivo non trascurabile. Nel 2025 le 10 raffinerie attive sul territorio nazionale — alle quali si aggiungono due impianti convertiti in bioraffinerie a Marghera e Gela e uno in conversione a Livorno — hanno prodotto complessivamente 63,7 milioni di tonnellate di raffinati. Attualmente gli impianti operano al 77% della capacità, lasciando margini teorici di aumento della produzione che le autorità intendono esplorare.
Per questo motivo, i ministeri delle Imprese (Mimit) e della Sicurezza energetica (Mase) hanno convocato per giovedì 8 ottobre i principali operatori del settore — Eni, Saras, Sonatrach, Isab, Iplom, Kpi, Socar-Ip, Alma Petroli, Ludoil e Innovhub — con l’obiettivo di individuare colli di bottiglia e possibili margini di incremento produttivo. Un approccio istituzionale corretto, che dimostra la volontà di affrontare la crisi con strumenti di sistema piuttosto che con sole misure d’emergenza.
Resta tuttavia il quadro complessivo: le decisioni di Trump sull’embargo, l’evoluzione del conflitto nel Golfo e la capacità dell’Europa di agire con coesione determineranno l’entità del danno. Quel che appare già certo è che i rincari del gasolio agricolo si trasferiranno sui prezzi dei prodotti agroalimentari, aggravando ulteriormente il potere d’acquisto delle famiglie. Una crisi energetica che rischia di diventare, nel giro di pochi mesi, anche una crisi alimentare.

