C’è un momento, nelle grandi feste diplomatiche, in cui le assenze parlano più delle presenze. E alla celebrazione anticipata del 4 luglio a Villa Taverna, residenza dell’ambasciatore americano a Roma, le assenze hanno detto molto.
Paolo Zampolli, inviato speciale del presidente Donald Trump e figura di spicco nell’orbita dell’amministrazione americana, era presente e ha parlato con la franchezza che lo contraddistingue. L’occasione era solenne: il 250° anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti, una ricorrenza che conferisce alla serata un peso simbolico ben superiore al consueto ricevimento estivo. «È come se fosse la Casa Bianca», ha detto Zampolli, e non era un’iperbole.
Al centro del dibattito, inevitabilmente, le assenze dei rappresentanti del cosiddetto Campo largo. Zampolli ha glissato con eleganza: «Non c’erano quelli del Campo largo, come lo chiamate in Italia, che non conosco. I politici fanno i politici». Una risposta che, nella sua apparente neutralità, contiene una valutazione precisa: chi sceglie di non presentarsi a un evento di questa portata compie una scelta politica, e se ne assume la responsabilità davanti ai propri elettori e davanti alla storia.
Più netto, e più significativo, il giudizio su Giuseppe Conte. L’ex presidente del Consiglio — quello che Trump ribattezzò affettuosamente «Giuseppi» — non era presente, nonostante Zampolli lo consideri un amico e abbia pranzato con lui a Roma. «Lo ritengo un amico, mi è molto simpatico», ha detto l’inviato speciale, «ma credo che abbia sbagliato a non essere presente. Quando mi invitano alla Casa Bianca, io ci vado». Il principio è semplice, quasi elementare: le relazioni tra democrazie si costruiscono anche attraverso i gesti, attraverso la disponibilità al dialogo anche quando i venti politici interni soffiano in direzione contraria. Disertare un appuntamento del genere non è neutralità; è un messaggio.
Sul versante del rapporto tra Roma e Washington, Zampolli ha confermato la piena fiducia nell’ambasciatore Tilman Fertitta, scelto da Trump per rappresentare gli Stati Uniti in Italia: «È una persona molto in gamba e sta facendo il suo lavoro benissimo». Una nota di stabilità istituzionale in un momento in cui le relazioni bilaterali attraversano una fase delicata, dopo le dichiarazioni pubbliche di Trump nei confronti della premier Giorgia Meloni che hanno suscitato qualche imbarazzo diplomatico. Zampolli ha scelto le parole con cura: «Ho sempre auspicato che il legame sia forte, e tutti noi dell’amministrazione facciamo il possibile perché migliori». I rapporti personali, ha precisato, sono «una cosa personale». Il presidente ha parlato, ha spiegato il suo punto di vista. «È stato molto esplicito».
Quando gli è stato chiesto se forse fosse stato troppo esplicito, Zampolli ha risposto con una formula lapidaria che vale come chiusura definitiva: «Il presidente è il presidente». In quella frase c’è tutto: il rispetto per il mandato democratico, la consapevolezza che la diplomazia si nutre anche di tensioni, e la fiducia che le istituzioni — quelle vere, solide, radicate — sappiano reggere agli urti del momento. Villa Taverna, quella sera, era un piccolo pezzo d’America nel cuore di Roma. E chi ha scelto di non esserci ha preferito restare fuori dalla stanza in cui si costruisce il futuro.

