Una potenza emergente sfida quella dominante. La storia, più volte, ha trasformato questa dinamica in guerra. È il meccanismo che gli studiosi chiamano «trappola di Tucidide», e che oggi torna al centro del dibattito internazionale nel contesto della rivalità sempre più intensa tra Pechino e Washington.
Da dove viene questa espressione?
Il riferimento è allo storico ateniese Tucidide, autore del resoconto della Guerra del Peloponneso, combattuta tra il 431 e il 404 a.C. Nel suo racconto, la crescita della potenza di Atene e il timore che essa suscitava a Sparta crearono le condizioni strutturali del conflitto. Non fu soltanto l’ambizione di una città-stato a scatenare la guerra: fu la percezione dell’altra di trovarsi di fronte a una minaccia esistenziale al proprio primato.
Questa intuizione storica ha attraversato i secoli fino a trovare una formulazione teorica moderna grazie al politologo di Harvard Graham Allison. Attraverso articoli accademici e poi nel volume Destined for War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap?, pubblicato nel 2017, Allison ha trasformato il riferimento classico in uno strumento analitico per leggere le grandi rivalità geopolitiche contemporanee.
La domanda al cuore della sua analisi è precisa: cosa accade quando una potenza in rapida ascesa arriva a mettere in discussione la leadership consolidata di un’altra? Secondo Allison, questa fase di transizione produce tensioni strutturalmente difficili da governare, alimentate dalla competizione economica, dal nazionalismo, dalla diffidenza reciproca e dalla corsa tecnologica.
Perché si applica oggi al rapporto tra Cina e Stati Uniti?
Il caso Cina-Stati Uniti rappresenta oggi l’applicazione più immediata e discussa di questo schema interpretativo. Nel corso degli ultimi decenni, Pechino ha accresciuto in modo significativo il proprio peso economico, tecnologico e strategico, trasformandosi in un attore capace di competere con Washington su scala globale. Gli Stati Uniti, dal canto loro, mantengono una posizione centrale negli equilibri internazionali, difendendo un sistema di alleanze e istituzioni multilaterali costruito nel secondo dopoguerra.
La competizione tra le due potenze non si limita a un singolo settore. Si estende dalla tecnologia avanzata all’industria manifatturiera, dal commercio internazionale alla sicurezza regionale, fino agli equilibri militari nell’Indo-Pacifico e alle strategie diplomatiche nei confronti dei Paesi terzi. In questo contesto, il rischio descritto dalla teoria non dipende necessariamente dalla volontà esplicita di provocare uno scontro: è la dinamica stessa della rivalità a poter generare incomprensioni, reazioni a catena e una progressiva escalation difficile da arrestare.
Cosa ha detto Xi Jinping e perché conta?
È in questo quadro che acquista particolare rilievo il richiamo diretto di Xi Jinping alla «trappola di Tucidide». Il presidente cinese ha indicato esplicitamente nel rischio di uno scontro tra potenza emergente e potenza consolidata uno degli scenari da evitare nel rapporto con Washington. Non si tratta di un gesto retorico privo di conseguenze: il riferimento storico, pronunciato al più alto livello istituzionale, segnala la consapevolezza che la traiettoria attuale delle relazioni sino-americane contiene elementi di rischio sistemico.
Il messaggio rivolto all’amministrazione Trump è chiaro nella sua sostanza: la competizione può e deve restare entro limiti gestibili, senza trasformarsi in una spirale che nessuno dei due attori sarebbe in grado di controllare pienamente. Che questa posizione corrisponda a una strategia di lungo periodo o a una tattica negoziale è oggetto di dibattito tra gli analisti. Resta il fatto che il linguaggio scelto da Pechino richiama esplicitamente la lezione della storia.
Cosa ci dice questa metafora sulla politica internazionale di oggi?
La «trappola di Tucidide» non è soltanto un concetto accademico. È diventata una chiave di lettura della politica internazionale contemporanea, capace di descrivere una fase nella quale l’ascesa di una potenza viene percepita dall’altra come una minaccia al proprio ruolo e alla propria sicurezza. In questa percezione, più che nelle intenzioni dichiarate, risiede il vero fattore di rischio.
Per chi crede nel valore delle istituzioni multilaterali, del diritto internazionale e di un ordine fondato su regole condivise, la posta in gioco è alta. Una rivalità non governata tra le due maggiori economie del mondo non produrrebbe soltanto instabilità bilaterale: metterebbe sotto pressione l’intera architettura degli scambi, delle alleanze e della governance globale. Comprendere la logica della trappola è già, in qualche misura, il primo passo per evitarla.

