Intelligenza artificiale e crescita: perché l’Italia non può permettersi di perdere altro tempo

Una rivoluzione tecnologica che non conosce confini

Nei consessi politici e monetari più influenti del pianeta — dal G7 al Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Centrale Europea ai vertici dei grandi blocchi asiatici — un tema ricorre con insistenza crescente: l’intelligenza artificiale. La crescita delle esportazioni e della domanda interna di Stati Uniti, Giappone e Cina è alimentata in misura significativa dalla spinta dell’IA, e i mercati finanziari ne sono ormai pienamente travolti. Eppure, in questo entusiasmo collettivo, si percepisce un distacco preoccupante dalla congiuntura reale: un’economia globale che rallenta, tassi di interesse in rialzo, e finanze pubbliche deteriorate in modo abnorme in Francia, Giappone e Stati Uniti.

La rincorsa tecnologica domina ogni agenda, oscurando talvolta le fragilità strutturali che restano irrisolte. Non sappiamo con certezza chi vincerà questa partita, né come si concluderà. Sappiamo, però, che si gioca adesso — e che l’Italia non può permettersi di restarne ai margini.

Il divario europeo: troppi annunci, troppo pochi investimenti

Americani e cinesi, pur con modelli profondamente diversi, hanno già compiuto le loro scelte strategiche. Gli Stati Uniti hanno investito con decisione e per primi, costruendo un ecosistema tecnologico senza eguali. La Cina, pur essendo un’autocrazia chiusa, ha saputo programmare il futuro con catene di comando ferree, traducendo la pianificazione centralizzata in capacità decisionale concreta e rapida. L’Europa, al contrario, ha discusso, negoziato e deliberato — senza riuscire a convergere su investimenti di ordine di grandezza adeguato alla sfida.

Il risultato è che il Vecchio Continente non dispone di un’infrastruttura tecnologica all’altezza della competizione globale. Le vie nazionali hanno parzialmente supplito al vuoto europeo: in Francia, il colosso giapponese SoftBank ha annunciato un investimento da 75 miliardi di euro per costruire il più grande hub europeo di calcolo avanzato; la Germania ha rotto il tabù dell’ortodossia di bilancio e sta riversando decine di miliardi direttamente nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie abilitanti. L’Italia, gravata da un debito pubblico ereditato e da margini di manovra fiscale più stretti, si trova oggettivamente più indietro. Qualcosa è stato attratto, ma è ancora poco rispetto alla dimensione della sfida.

Il rischio concreto per il sistema-Paese

Lo shock dell’intelligenza artificiale colpirà tutti, indiscriminatamente. Chi arriverà per ultimo pagherà il prezzo più alto in termini di competitività, occupazione e capacità di innovazione. Non è una previsione catastrofista: è la logica delle transizioni tecnologiche di portata storica.

Per questo motivo, diventa urgente articolare un piano nazionale per l’adozione dell’intelligenza artificiale — anche e soprattutto di quella prodotta altrove — e per accompagnare le imprese italiane nella capacità di utilizzarla. Gli obiettivi quantitativi sono chiari: raggiungere in quattro anni una spesa pari a un punto di PIL destinata all’IA, più un ulteriore mezzo punto per i servizi di supporto alla transizione tecnologica. È quanto stanno già facendo gli Stati che se lo possono permettere. L’Italia deve trovare il modo di farlo ugualmente.

L’eccellenza italiana come punto di partenza

L’Italia dispone di primati indiscutibili nella ricerca applicata e nell’intelligenza artificiale, distribuiti in modo più capillare di quanto il dibattito pubblico riconosca. Le università del Nord produttivo convivono con centri di eccellenza al Sud — in particolare a Cosenza, dove la ricerca sull’IA ha raggiunto livelli di riconoscimento internazionale — in un panorama che, se messo a sistema, potrebbe costituire un asset strategico di primissimo piano.

La sfida tecnologica, in questo senso, ha anche una valenza politica interna: riunifica l’Italia, perché richiede di valorizzare le eccellenze ovunque esse si trovino, dal Centro al Nord al Sud, in una logica di squadra nazionale. Non è retorica: è la precondizione per competere.

Dalla politica dei titoli alla politica dei fatti

Il tempo sprecato in polemiche secondarie — chi entra o esce dalle coalizioni, il destino di questo o quel partito, la minaccia ricorrente di una patrimoniale — è tempo sottratto a un dibattito che il Paese non può più rinviare. Il Papa ha dedicato un’enciclica all’intelligenza artificiale. Il Presidente Mattarella ha ribadito con forza, in più occasioni, che la crescita è inscindibile dalla transizione tecnologica. Il segnale istituzionale è chiaro.

Il governo è chiamato a mettere la testa su questo tema con continuità e visione strategica. Le opposizioni, dal canto loro, hanno il dovere di non fare ostruzionismo su una questione che trascende gli schieramenti. Occorre un programma di lavoro condiviso su tecnologia e crescita, capace di completare fino in fondo tutti gli investimenti previsti dal PNRR e di mantenere la rotta sulla disciplina di bilancio — perché deviazioni all’ultimo miglio non sarebbero perdonate né dai mercati né dai partner europei.

Non ci sono alternative: bisogna correre adesso

L’Italia ha compiuto progressi significativi nella capacità di creare occupazione di qualità e di reggere alle turbolenze geopolitiche ed economiche degli ultimi anni, piazzando i propri prodotti sui mercati internazionali meglio di molti concorrenti. Gli investimenti in tecnologia di processo e di prodotto hanno prodotto risultati superiori a quelli di altre grandi economie, spesso in silenzio e senza adeguata visibilità. Questo patrimonio esiste e va riconosciuto.

Ma la partita del futuro — quella delle tecnologie che domineranno il mondo nei prossimi decenni, dall’IA alla robotica medica alla computazione quantistica — richiede un salto di qualità ulteriore. Non possiamo attendere che si ridisegni la geopolitica globale o che maturi una nuova architettura europea degli investimenti. Dobbiamo agire in casa, subito, mettendo insieme poli industriali e poli di ricerca, integrando finanza privata e risorse pubbliche, costruendo quella sinergia tra impresa e università che altrove è già realtà consolidata.

Se non disponiamo delle risorse per nuove infrastrutture fisiche — e in larga misura non le abbiamo — dobbiamo almeno essere in grado di sfruttare al meglio la tecnologia prodotta da altri, trascinando con sé l’intera economia. Il conto alla rovescia è già iniziato. Non ci sono alternative.

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