Un sistema sotto pressione
Oltre undicimila anziani non autosufficienti in attesa di un posto convenzionato nelle RSA del Piemonte. È questo il dato che sintetizza, con una brutalità aritmetica difficile da ignorare, la crisi strutturale dell’assistenza agli anziani nel nostro Paese. La tesi è chiara: le risorse pubbliche stanziate, pur in crescita, sono largamente insufficienti a coprire il fabbisogno reale, e le inefficienze procedurali aggravano una situazione già insostenibile per migliaia di famiglie. Senza un intervento coordinato tra Regioni e governo centrale, il sistema rischia di collassare sotto il peso demografico di una popolazione che invecchia rapidamente.
Francesco ha portato il padre Antonio, novantenne, al Pronto Soccorso all’inizio dell’anno. Dopo alcuni giorni alle Molinette, il padre è stato trasferito in una RSA in «dimissione protetta», ma dal sessantesimo giorno la retta è diventata interamente a carico della famiglia: oltre tremila euro al mese. «Papà non può vivere da solo. L’ASL ha certificato una condizione urgente, ma la convenzione non arriva. Sto usando i suoi risparmi di una vita», racconta Francesco. Se chi è classificato come «urgente» vive questa condizione, è facile immaginare la situazione di chi rientra nelle categorie «non urgente» o «differibile», dove l’attesa si prolunga sine die.
Il nodo delle risorse: numeri che non tornano
La Regione Piemonte ha stanziato 611 milioni di euro nel 2024 per il settore, una cifra incrementata di 28 milioni nel 2025 e di ulteriori 15 milioni nel 2026 destinati specificamente alle RSA, per uno stanziamento complessivo sulle fragilità superiore ai 670 milioni — quasi cento milioni in più rispetto al 2023. Si tratta di uno sforzo finanziario significativo, che tuttavia si scontra con una realtà demografica e assistenziale che cresce più rapidamente delle risorse disponibili.
Dal Grattacielo Piemonte, sede della Regione, la risposta è disarmante nella sua franchezza: «Per coprire tutte le richieste servirebbero altri 350 milioni. Non sappiamo dove prenderli». Una cifra improponibile per qualsiasi bilancio regionale, a maggior ragione per quello piemontese, già sottoposto a pressioni crescenti. Rimane aperta — e senza risposta pubblica — la questione se le Regioni abbiano formalmente posto il problema al governo nazionale, che su questo fronte mantiene un silenzio eloquente.
Il paradosso è che il denaro stanziato, pur insufficiente, non viene sempre impiegato con la massima efficienza. Le associazioni dei malati denunciano un sistema di valutazione costruito su delibere regionali del 2012 e del 2013 che introduce criteri economici e patrimoniali — non previsti dalle norme nazionali — accanto a quelli sanitari. Come spiega la Fondazione Promozione Sociale, questi criteri attribuiscono ampia discrezionalità alle Unità di Valutazione Geriatrica nell’assegnare le priorità, con il risultato che i risparmi e una casa di proprietà, per quanto modesta, possono pesare più della gravità clinica del paziente. Un meccanismo che distorce l’equità del sistema e penalizza chi ha lavorato una vita intera.
Procedure da riformare, famiglie allo stremo
Rosanna ha ricoverato entrambi i genitori in RSA a distanza ravvicinata, circa un anno e mezzo fa. Per il padre, la quota sanitaria a carico dell’ASL — pari al 50% della retta — non è mai arrivata: è mancato prima che la convenzione scattasse. Per la madre, la quota è giunta dopo quasi un anno di retta privata integrale. «Abbiamo speso cinquantamila euro, erodendo gli ultimi risparmi di famiglia». Storie come questa non sono eccezioni: sono la norma per chi si trova intrappolato nelle maglie di un sistema che, pur dotato di risorse non trascurabili, genera ritardi e iniquità evitabili.
Esistono margini concreti di miglioramento procedurale: accelerare l’istruzione delle pratiche, ridurre le discrezionalità non fondate su criteri clinici, rendere più trasparenti i percorsi di accesso. Sono interventi che non richiedono necessariamente nuovi fondi, ma volontà politica e capacità amministrativa. In un sistema in cui si contano i centesimi, ogni inefficienza eliminata equivale a risorse liberate per chi ne ha davvero bisogno.
Il caregiver invisibile: un’emergenza nell’emergenza
Dietro i numeri si nasconde una dimensione umana spesso trascurata dal dibattito pubblico. Andrea Dughera, presidente di Parole in Movimento ETS di Torino — un’organizzazione che conta 45 psicologi e ha ascoltato oltre diecimila persone — descrive una realtà che sfugge alle statistiche ufficiali: «Chi accudisce un marito o una moglie con demenza ha in media tra i 75 e gli 85 anni. È a sua volta fragile, dorme poche ore a notte, rimanda le proprie cure. Nel giro di qualche anno rischia di ammalarsi a sua volta».
Si tratta di coniugi anziani che assistono da soli il partner malato di Alzheimer o con demenza, perché i figli lavorano, vivono lontano o hanno bambini piccoli. Famiglie sempre più ridotte, sempre più sole. Una routine senza respiro che, nel tempo, conduce all’isolamento sociale e al rischio concreto di depressione per chi presta cura. Parole in Movimento incontra queste famiglie a domicilio e registra una domanda ricorrente: più supporto nelle ore di solitudine quotidiana con il malato, un servizio domiciliare rafforzato che alleggerisca il peso delle giornate. Una richiesta che il sistema pubblico soddisfa solo parzialmente, e che pesa doppiamente su chi non può permettersi una badante privata.
La strada indicata da chi lavora sul campo è quella della coesione: terzo settore, istituzioni e famiglie che operano in rete, partendo da ciò che già esiste e ha dimostrato valore, per migliorarlo con metodo e ascolto. Non è una soluzione definitiva, ma è un punto di partenza realistico. In attesa che la politica nazionale decida di affrontare seriamente una questione che non riguarda solo il Piemonte, ma l’intero Paese.

