Caso Almasri: la Corte costituzionale ammette il conflitto di poteri su Bartolozzi

La Corte costituzionale ha aperto uno scenario istituzionale di rilievo: il conflitto tra poteri dello Stato sollevato dalla Camera dei deputati contro il Tribunale dei ministri di Roma nel caso Almasri è ammissibile. Al centro della controversia vi è una questione di principio che va ben oltre la vicenda personale di Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio: chi ha competenza a decidere se procedere penalmente nei confronti di chi abbia concorso in un reato ministeriale?

Una questione di prerogative parlamentari

La tesi che la Consulta ha ritenuto meritevole di approfondimento è precisa: la Camera dei deputati sostiene che la Procura e il Tribunale dei ministri di Roma avrebbero dovuto richiedere l’autorizzazione parlamentare a procedere nei confronti di Bartolozzi, esattamente come è avvenuto per i ministri Nordio e Piantedosi e per il sottosegretario Alfredo Mantovano, le cui posizioni sono state successivamente archiviate dopo che la Camera aveva respinto le rispettive richieste. Nell’ordinanza la Corte ricorda che i due rami del Parlamento sono competenti a decidere sulle richieste di autorizzazione a procedere anche nei confronti dei cosiddetti «indagati laici», ovvero di coloro che, pur non rivestendo la qualifica di ministri, abbiano concorso nel reato ministeriale o abbiano commesso un reato ad esso connesso.

La decisione della Consulta, adottata dopo una camera di consiglio, stabilisce che il ricorso dovrà essere trattato in rito e nel merito in un’udienza pubblica che verrà fissata dopo l’estate, probabilmente non prima di ottobre o novembre. Sul piano pratico, questo comporta un sostanziale congelamento del procedimento penale a carico dell’ex funzionaria ministeriale, la cui prima udienza era fissata per il 17 settembre davanti al giudice monocratico di piazzale Clodio a Roma.

L’accusa e il nodo del ruolo di Bartolozzi

L’imputazione a carico di Bartolozzi riguarda le false informazioni che la Procura ritiene lei abbia fornito al pubblico ministero in relazione alla vicenda del generale libico Osama Almasri, accusato dalla Corte penale internazionale di crimini contro l’umanità. Almasri era stato arrestato in Italia per poi essere rilasciato e rimpatriato dalle autorità italiane, in una sequenza di eventi che ha generato un ampio dibattito istituzionale e giudiziario.

Il Tribunale dei ministri ha assegnato a Bartolozzi un ruolo centrale nell’intera vicenda, definendo la versione da lei fornita «inattendibile» e «mendace». Gli inquirenti sottolineano una contraddizione interna alla sua ricostruzione: da un lato, l’ex funzionaria avrebbe dichiarato di aver informato tempestivamente il ministro dell’avvenuto arresto di Almasri; dall’altro, avrebbe sostenuto di non aver ritenuto opportuno sottoporgli la bozza predisposta dai tecnici per rispondere alle richieste istituzionali relative al fermo. Una contraddizione che, secondo la Procura, è «intrinsecamente contraddittoria» e mina la credibilità dell’intera deposizione.

Il quadro istituzionale e le implicazioni

La Corte costituzionale chiarisce, nell’ordinanza, che sia la Procura sia il Tribunale dei ministri di Roma sono legittimati a resistere al conflitto in quanto poteri dello Stato. La vicenda è formalmente originata dall’iscrizione di Bartolozzi nel registro degli indagati, avvenuta il 7 agosto dello scorso anno, quando era ancora il braccio destro del ministro Nordio. Nel frattempo, il 25 giugno la Terza Commissione del Consiglio superiore della magistratura ha approvato la delibera per la proposta di incarico fuori ruolo di Bartolozzi come consigliera giuridica del ministro per gli Affari europei e il PNRR, Tommaso Foti; la proposta dovrà ora essere votata dal plenum per l’approvazione definitiva.

L’esito di questa vicenda avrà implicazioni che trascendono il singolo caso. La Corte è chiamata a tracciare con maggiore precisione i confini dell’immunità funzionale, stabilendo fino a che punto lo scudo dell’autorizzazione parlamentare si estenda a collaboratori stretti dei ministri coinvolti in procedimenti per reati ministeriali. È una questione che riguarda l’equilibrio tra i poteri dello Stato e la tenuta delle garanzie costituzionali, due pilastri su cui si fonda ogni ordinamento democratico maturo.

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