Verso un mercato unico dei capitali: cosa sta cambiando in Europa e perché conta per risparmiatori e imprese

Ogni anno, 300 miliardi di euro di risparmio europeo prendono la via degli Stati Uniti. È questo il dato che più di ogni altro spiega l’urgenza del progetto di mercato unico dei capitali — o, nella terminologia dei rapporti Draghi e Letta, mercato unico del risparmio e degli investimenti — che l’Unione europea sta cercando di costruire con rinnovata determinazione.

Qual è il problema che l’Europa vuole risolvere?

La frammentazione dei mercati finanziari europei non è una questione tecnica riservata agli addetti ai lavori. Come ha sottolineato la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde, essa incide direttamente sulla competitività del continente, penalizza i risparmiatori, limita gli investitori e sottrae risorse alla crescita economica dell’area. Un’Europa in cui ogni Stato membro mantiene regole, controlli e autorità di vigilanza distinte non è un’Europa capace di competere ad armi pari con i grandi mercati integrati di Stati Uniti e Cina.

Il rimedio individuato dai governi europei è duplice: da un lato, rafforzare le istituzioni comuni di supervisione; dall’altro, avanzare verso una reale armonizzazione normativa che comprenda anche i profili fiscali, societari e operativi. Senza entrambe le leve, qualsiasi riforma rischia di restare parziale.

Cosa ha deciso l’Ecofin e cosa significa in pratica?

La riunione dell’Ecofin dello scorso venerdì, svoltasi sotto la presidenza irlandese dell’Unione, ha segnato un passo concreto. I ministri delle Finanze hanno raggiunto un accordo per ampliare e rafforzare i poteri dell’ESMA — l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati — trasferendole attribuzioni oggi esercitate dalle corrispondenti autorità nazionali in materia di regolamentazione e controllo.

Il modello di riferimento non è nuovo: è lo stesso adottato nel 2014 per la vigilanza bancaria unica, affidata alla BCE nel quadro del progetto di Unione bancaria. Quell’esperienza offre sia indicazioni utili sia avvertimenti importanti. La vigilanza unica funziona, ma l’Unione bancaria resta incompiuta: il meccanismo di risoluzione delle crisi è stato realizzato solo parzialmente, mentre il terzo pilastro — l’assicurazione europea dei depositi — non è mai stato attuato.

Si può costruire l’Unione dei capitali senza completare l’Unione bancaria?

La risposta, a un’analisi onesta, è no. È difficile immaginare un mercato unico dei capitali pienamente funzionante su fondamenta bancarie ancora incomplete. Il progetto di Unione bancaria deve essere ripreso e portato a termine, ponendo fine a quello che appare come un prolungato stato di attesa. Ignorare questa sequenza logica significherebbe costruire su basi fragili.

Nell’affrontare questa sfida, sarà essenziale valorizzare due principi che appartengono alla tradizione costitutiva dell’integrazione europea: la sussidiarietà — secondo cui ciò che può essere gestito a livello nazionale o locale non va accentrato — e la proporzionalità della regolamentazione. Questi non sono ostacoli ideologici all’integrazione, ma garanzie di efficienza e legittimità democratica che tutelano anche le realtà economiche più piccole, dai professionisti alle imprese familiari.

Quali sono gli ostacoli ancora da superare?

Le decisioni dell’Ecofin aprono la strada, ma non la percorrono fino in fondo. Accanto alla ridefinizione dei poteri dell’ESMA, la costruzione di un vero mercato unico dei capitali richiede un insieme coerente di norme e politiche che promuovano l’integrazione su più fronti contemporaneamente:

Non si tratta di difficoltà marginali. Ognuna di esse richiede volontà politica sostenuta, negoziati pazienti e una visione di lungo periodo che i cicli elettorali nazionali tendono a ostacolare.

Perché questa riforma conta per imprese, professionisti e risparmiatori?

La posta in gioco è concreta. Un mercato dei capitali integrato significa maggiore accesso al credito per le imprese, condizioni più competitive per i risparmiatori, e una migliore tutela degli investitori in tutto il continente. Significa anche rafforzare la stabilità finanziaria europea — non solo quella monetaria — dotando le istituzioni comuni degli strumenti necessari per intervenire in caso di crisi.

La riforma dell’ESMA, in questo senso, non è un episodio isolato. È il segnale di una spinta verso una revisione complessiva del modo in cui la finanza europea viene regolata e supervisionata, nelle sue connessioni con il credito, la moneta e la crescita reale. Il percorso è appena iniziato, e le resistenze non mancheranno. Ma la direzione — quella di un’Europa più integrata, più competitiva e meglio attrezzata per affrontare i mercati globali — è quella giusta.

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