La deriva radicale dei partiti italiani: quando l’inseguimento del populismo mina le istituzioni

Una dinamica preoccupante si sta consolidando nel panorama politico italiano: l’ascesa di figure come Roberto Vannacci — l’ex generale europarlamentare con simpatie filorusse — non produce soltanto una torsione nell’agenda della destra, ma innesca un effetto contagio che rischia di radicalizzare l’intero sistema partitico, maggioranza e opposizione comprese. La tesi è chiara e merita di essere difesa con rigore: quando una coalizione di governo insegue il populismo per arginarlo, finisce per legittimarlo, erodendo nel contempo la credibilità delle istituzioni di garanzia che dovrebbero rappresentare il fondamento di ogni democrazia liberale.

L’inseguimento che indebolisce la coalizione

Forza Italia, tradizionalmente il partito più moderato del centrodestra, mostra oggi segnali di cedimento significativi. Il vicepremier Antonio Tajani ha condiviso la raccolta di firme per la grazia a favore del gioielliere Mario Roggero, condannato per aver ucciso due rapinatori in fuga. Si tratta di un gesto che risponde a una logica di consenso immediato, ma che tradisce quella cultura della legalità e del rispetto delle sentenze che dovrebbe essere il patrimonio irrinunciabile di qualsiasi forza liberale e democratica. Allo stesso modo, la Lega alimenta polemiche strumentali contro il Viminale, accusandolo di non fornire abbastanza agenti alle forze dell’ordine: un attacco che nasce dall’ambizione di Matteo Salvini di riconquistare il ministero dell’Interno, ma che ha l’effetto paradossale di mostrare una maggioranza divisa proprio sul tema della sicurezza, offrendo argomenti preziosi alle opposizioni.

Il risultato complessivo è una coalizione in palese affanno, che tenta di scaricare sulle istituzioni le proprie contraddizioni interne. Non è un caso che Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera ed esponente di Forza Italia, abbia lanciato un avvertimento esplicito ai propri alleati: «Inseguire Vannacci è la cosa più sbagliata. Significherebbe riconoscere un vuoto nella nostra politica». Una diagnosi lucida, che tuttavia stenta a tradursi in una linea politica coerente all’interno della stessa coalizione.

Le istituzioni di garanzia sotto pressione

Il caso più emblematico riguarda la gestione della pratica di grazia per Roggero da parte del Guardasigilli Carlo Nordio, avviata senza informare il Quirinale, che ne detiene la titolarità costituzionale. Un errore procedurale grave, che diventa ancora più significativo alla luce del post pubblicato dalla premier Giorgia Meloni: «Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti io? Non è giusto». Queste parole, indipendentemente dalle intenzioni, alimentano il sospetto che Nordio abbia agito con la consapevolezza di avere la copertura di Palazzo Chigi, trasformando un episodio giudiziario in un terreno di scontro istituzionale con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Non si tratta di un episodio isolato. La Corte Costituzionale viene evocata come ostacolo rispetto a riforme elettorali dai profili incerti; la magistratura è oggetto di critiche sistematiche per alcune sentenze sgradite; il capo dello Stato è bersaglio di pressioni per il suo ruolo di garante dell’equilibrio tra i poteri. Questo schema ricorrente rivela una tendenza che va ben oltre le normali tensioni istituzionali: si tratta di un attacco metodico alla architettura di controllo e bilanciamento che caratterizza ogni democrazia matura. Per imprenditori, professionisti e amministratori che operano in un contesto di certezza del diritto, questa instabilità istituzionale rappresenta un rischio concreto, non soltanto un problema astratto di teoria costituzionale.

L’effetto specchio sulle opposizioni

La radicalizzazione della maggioranza produce, quasi per legge fisica, una radicalizzazione speculare delle opposizioni. Quando il discorso pubblico si sposta verso posizioni estreme, anche chi si oppone tende a irrigidirsi, a cercare la contrapposizione netta piuttosto che la proposta costruttiva. Questo effetto di rimbalzo è forse il danno più sottovalutato dell’intera dinamica: un sistema politico in cui sia la maggioranza sia le opposizioni si muovono verso i propri estremi lascia progressivamente sguarnito lo spazio del riformismo pragmatico, quello in cui si collocano le soluzioni reali ai problemi reali dei cittadini.

La domanda che rimane aperta è dove condurrà questa rincorsa. L’ipotesi che la deriva filorussa di Vannacci possa contagiare la politica estera del governo — in particolare il sostegno all’Ucraina — appare al momento inverosimile. Ma il fatto stesso che tale ipotesi debba essere valutata e smentita dice molto sullo stato del dibattito. Una democrazia solida non si misura soltanto nella tenuta delle istituzioni formali, ma anche nella qualità del confronto politico che le alimenta. Recuperare quella qualità, riportando al centro la cultura della legalità, del pluralismo istituzionale e della responsabilità di governo, è la sfida che il centrodestra moderato — e non solo — non può permettersi di eludere.

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