Francia apripista in Europa: vietati i social media ai minori di 15 anni

Parigi traccia la rotta, Bruxelles segue a distanza

È una serata di marzo a Parigi, e nell’emiciclo dell’Assemblea nazionale il risultato del voto non lascia spazio a dubbi: 279 voti favorevoli contro 81 contrari. Con quella conta, la Francia diventa il primo Paese dell’Unione europea a vietare per legge l’accesso ai social media ai minori di quindici anni. Una misura attesa, voluta con forza dal presidente Emmanuel Macron, che la inserisce tra i provvedimenti simbolo della fase conclusiva del suo mandato. L’approvazione dell’Assemblea nazionale è arrivata in serata, dopo che il Senato aveva già espresso parere favorevole nel pomeriggio, chiudendo un iter parlamentare che aveva trovato il suo punto di svolta il giorno prima, in una commissione mista a porte chiuse.

Il testo di compromesso era stato siglato lunedì da deputati e senatori riuniti congiuntamente. Solo La France Insoumise, la sinistra radicale guidata da Jean-Luc Mélenchon, ha votato contro; i socialisti si sono astenuti, esprimendo riserve di metodo più che di principio. Una convergenza trasversale che, in un parlamento francese frammentato come quello attuale, non è affatto scontata.

Cosa prevede la legge e quando entra in vigore

La nuova normativa è destinata a entrare in vigore già a settembre, con l’obiettivo dichiarato di tutelare la salute psicofisica di bambini e adolescenti. Il cuore del provvedimento obbliga le piattaforme digitali a implementare sistemi di verifica dell’età degli utenti: un aspetto tecnico che resta al centro del dibattito, poiché le modalità concrete di attuazione sono ancora oggetto di discussione tra esperti, aziende tecnologiche e regolatori. La legge introduce inoltre il divieto di utilizzo dei telefoni cellulari anche negli istituti di istruzione secondaria superiore, estendendo una misura già in vigore nelle scuole medie.

È proprio sul piano dell’attuazione che si concentrano le maggiori complessità. La deputata Laure Miller, relatrice del testo, ha chiarito con franchezza i limiti entro cui il legislatore francese si è trovato a operare: «In realtà, con il diritto dell’Unione europea così com’è oggi, tutto ciò che possiamo fare — c’è soltanto questo piccolo spiraglio aperto la scorsa estate con le linee guida — è fissare un’età minima nella legge nazionale». Una dichiarazione che illumina la tensione strutturale tra ambizioni nazionali e vincoli comunitari, un tema che attraversa trasversalmente molti dossier digitali europei.

Il dibattito politico: tra divieto totale e approccio selettivo

Non tutti i parlamentari condividono l’impostazione del provvedimento. Il deputato socialista Arthur Delaporte ha articolato una posizione alternativa che merita attenzione: «Dobbiamo decidere se imporre un divieto netto e generalizzato di tutti i social media per i minori, oppure se — come propone in realtà la Commissione europea — vietare solo le funzionalità dannose dei social media. Noi siamo più vicini a questa seconda posizione». Una distinzione non banale, che riflette un dibattito più ampio su come le democrazie liberali debbano rapportarsi alla regolazione degli spazi digitali senza scivolare in logiche paternalistiche o inefficaci.

Il punto è rilevante. Un divieto generalizzato è più semplice da comunicare politicamente, ma più difficile da applicare tecnicamente e potenzialmente più esposto a contestazioni legali. Un approccio modulare, centrato sulle funzionalità nocive — gli algoritmi di raccomandazione aggressiva, le notifiche compulsive, i contenuti non verificati per età — potrebbe rivelarsi più solido sul piano giuridico e più efficace sul piano pratico.

L’Europa si muove, ciascuna a proprio ritmo

La Francia non è sola in questo percorso, anche se è la prima ad aver tradotto l’intenzione in legge approvata. Altri Stati membri stanno elaborando misure analoghe, con soglie d’età e approcci differenti.

A livello comunitario, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha delineato all’inizio del mese una visione strutturata: un accesso «scaglionato e graduale, a seconda delle fasce d’età» alle piattaforme digitali. Per i bambini sotto i tredici anni, l’accesso ai social sarebbe limitato nel tempo e condizionato alla supervisione di genitori, tutori o insegnanti. Dai tredici anni in su, la progressione dipenderebbe dalle prove fornite dalle piattaforme sulla loro idoneità e sicurezza per gli adolescenti.

La Commissione sostiene inoltre il divieto di esposizione agli schermi per i bambini molto piccoli, recependo indicazioni che provengono da un consenso scientifico sempre più consolidato. Von der Leyen ha annunciato che una proposta formale sarà presentata «dopo l’estate».

Regolazione digitale e istituzioni: la sfida del decennio

Dietro la specificità del provvedimento francese si staglia una questione più vasta, che riguarda la capacità delle istituzioni democratiche di governare l’ecosistema digitale senza cedere né all’immobilismo né all’improvvisazione. La regolazione dei social media per i minori è un banco di prova emblematico: coinvolge diritti fondamentali, interessi economici enormi, competenze tecniche sofisticate e dinamiche politiche nazionali ed europee che non sempre si allineano.

La Francia ha scelto di agire, accettando i limiti del quadro comunitario vigente e scommettendo sulla capacità di Bruxelles di colmare quei limiti nei prossimi anni. È una scommessa pragmatica, coerente con una tradizione repubblicana che non ha mai avuto remore a intervenire con strumenti legislativi in nome del bene comune. Resta da vedere se l’Unione europea saprà costruire, con la stessa determinazione, un quadro normativo all’altezza di una sfida che non conosce confini nazionali.

Nel frattempo, milioni di famiglie europee continuano ad affrontare da sole, ogni sera, la questione più concreta: quanto tempo trascorrono i propri figli davanti a uno schermo, e con quali conseguenze. La legge può aiutare. Ma non può sostituire la responsabilità collettiva di una società che sceglie di prendersi cura dei suoi più giovani.

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