C’è un video che circola da giorni negli smartphone degli italiani, e che ha fatto tremare le fondamenta della campagna elettorale ancora prima che questa sia ufficialmente aperta. Roberto Vannacci, europarlamentare della Lega ed ex generale paracadutista, vi appare nei panni di un imperatore romano: pollice verso, avversari politici — Elly Schlein, Giuseppe Conte e altri — offerti in pasto ai leoni del Colosseo digitale. Una provocazione costruita con gli strumenti dell’intelligenza artificiale, confezionata per colpire, per umiliare, per restare impressa. È su questo sfondo che, nelle stesse ore, le due principali leader politiche italiane hanno scelto di fare qualcosa di insolito: parlarsi, attraverso le pagine de Il Foglio, e stringere un accordo.
L’iniziativa è partita da Schlein. In un’intervista al quotidiano diretto da Claudio Cerasa, la segretaria del Partito Democratico ha avanzato la proposta di un «patto sull’intelligenza artificiale» che non riguardi il suo uso commerciale o regolatorio in senso stretto, ma assuma la forma di una sorta di accordo di non belligeranza tra le forze politiche. Il contenuto è preciso: impegnarsi, in vista della prossima campagna elettorale, a non utilizzare l’IA per attribuire agli avversari parole mai pronunciate o fatti mai accaduti. Nessun deepfake, nessuna immagine manipolata, nessuna voce sintetizzata per screditare il rivale. Un patto di civiltà, prima ancora che di legalità.
Non si tratta di un tema nuovo per Schlein. La leader dem ha già richiamato in più occasioni l’ultima enciclica pontificia sul rapporto tra tecnologia e dignità umana, firmata da Papa Leone XIV, e a giugno scorso aveva lanciato, insieme al premio Nobel Giorgio Parisi, l’idea di un CERN europeo dedicato all’intelligenza artificiale. La proposta di ieri si inserisce in questa visione più ampia: governare la tecnologia prima che sia la tecnologia a governare la politica.
La risposta di Giorgia Meloni non si è fatta attendere. Nello stesso giorno, la Presidente del Consiglio ha fatto giungere al Foglio la sua adesione: «Sono d’accordo. È un tema che ho posto prima di tutti». Non è una vanteria priva di fondamento. Lo scorso 5 maggio, Meloni aveva denunciato pubblicamente la diffusione sui social di immagini false e sessualizzate che la ritraevano. «Chi le ha realizzate mi ha anche migliorato parecchio», aveva scritto con ironia amara, «ma resta il fatto che, pur di attaccare e inventare falsità, ormai si è davvero pronti a qualsiasi cosa». Poi il monito, secco e diretto: «I deepfake sono uno strumento pericoloso, perché possono ingannare, manipolare e colpire chiunque. Io posso difendermi. Ma altri no».
Quella vicenda aveva già aperto un dibattito. Anna Ascani, del PD, aveva sottolineato come l’ordinamento italiano sia tuttora privo di una norma che obblighi le piattaforme digitali alla rimozione immediata dei deepfake. Una lacuna normativa che pesa, e che il patto tra Meloni e Schlein non colma da sola — ma che almeno riconosce come problema condiviso, al di là delle appartenenze di partito.
Non è la prima volta che le due leader trovano un punto di contatto. Qualche mese fa avevano tentato un accordo sulla definizione giuridica di consenso nei reati di violenza sessuale, un’intesa poi naufragata in Senato tra le correnti e le mediazioni interne alle rispettive coalizioni. Ora ci riprovano su un terreno diverso, più tecnico e al tempo stesso più viscerale: quello della verità nell’era digitale. Il rischio che la campagna elettorale si trasformi in una guerra di falsi è reale, e chi governa le istituzioni ha il dovere di non ignorarlo.
Mentre il quadro nazionale si definisce attorno a questo inedito asse trasversale, altrove la politica si muove su binari più consueti. Milano resta la grande incognita delle prossime elezioni comunali, la città che tutti guardano e sulla quale nessuno, per ora, ha le carte in regola per chiudere il gioco. In poche ore, diversi scenari si sono aperti e richiusi. Carlo Cottarelli, economista di fama internazionale corteggiato soprattutto da Forza Italia, ha declinato con un secco no «per motivi personali». Mario Calabresi, ex direttore de La Stampa, ha invece compiuto un passo nella direzione opposta: «Alla tanta gente che me lo chiede per strada rispondo che sì, ci penso. Ci sto pensando e mi piacerebbe fare la mia parte per Milano».
Una candidatura, quella di Calabresi, che il mondo civico milanese accoglierebbe con favore, ma che dovrebbe fare i conti con le ambizioni interne al centrosinistra. Pierfrancesco Majorino e la vicesindaca Anna Scavuzzo nutrono legittime aspirazioni alla guida di Palazzo Marino, e l’ipotesi delle primarie cittadine rimane concreta. Calabresi potrebbe contare sull’appoggio di Azione — Carlo Calenda lo ha definito pubblicamente «un ottimo candidato» — e persino del Movimento 5 Stelle, che ha dichiarato di non avere preclusioni nei suoi confronti, a patto che la sua linea segni una discontinuità rispetto alla giunta Sala.
Sul fronte opposto, il centrodestra fatica a trovare la propria sintesi. Oltre al rifiuto di Cottarelli, pesa la mossa di Vannacci, che ha annunciato di voler indicare un proprio nome dopo aver già strappato agli azzurri Luca Bernardo, candidato nel 2021. In pole position resta Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, da tempo sponsorizzato dal presidente del Senato Ignazio La Russa. Ma è difficile che la partita milanese si chiuda senza un passaggio decisivo nelle stanze romane.
Due città, dunque, due velocità. A Roma, un accordo trasversale sulla dignità della democrazia nell’era dell’intelligenza artificiale. A Milano, il lento e faticoso assemblaggio delle candidature per una sfida che si annuncia lunga. Quel che accomuna i due scenari è la consapevolezza, ormai diffusa, che la politica italiana stia entrando in una fase nuova — dove le immagini contano quanto le parole, e dove la verità dei fatti rischia di dissolversi in un click.

