La tesi che emerge con chiarezza dal vertice tenutosi alla Farnesina nei giorni scorsi è questa: Roma sta diventando il centro gravitazionale della diplomazia multilaterale occidentale, e lo fa non per caso né per mera ambizione, ma perché dispone di condizioni strutturali che nessun’altra capitale europea sa oggi combinare con la stessa efficacia. Venticinque delegazioni diplomatiche — rappresentanti di Lega Araba, Egitto, Regno Unito, Germania, Francia, Arabia Saudita, Unione Europea e molti altri — si sono riunite nell’ambito dell’Alleanza globale per Due Stati, affiancate dai rappresentanti palestinesi e delle Nazioni Unite. Il risultato non è stato solo un incontro di alto livello: è stato un segnale politico preciso, lanciato da una città che ha riscoperto la propria vocazione di protagonista globale.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, organizzatore del summit, ha costruito attorno all’evento una cornice che va ben oltre il protocollo diplomatico. Roma come «città della pace» non è una formula retorica: è la sintesi di un posizionamento strategico che l’Italia ha saputo costruire con pazienza negli ultimi anni, sfruttando la propria tradizione di equidistanza e buone relazioni con attori tra loro antagonisti. Mentre Parigi sconta le tensioni con Tel Aviv e con diverse capitali arabe, Roma mantiene canali aperti su tutti i fronti, potendo criticare senza recidere, dialogare senza compiacere. È questa flessibilità diplomatica — radicata nella storia e rafforzata dalle scelte del governo attuale — a rendere la Capitale italiana un interlocutore credibile per tutti.
A ciò si aggiunge un elemento di natura istituzionale che non va sottovalutato. Il legame strategico tra il governo Meloni e la Commissione europea — reso tangibile dalla vicepresidenza esecutiva di Raffaele Fitto — ha prodotto, agli occhi delle diplomazie mondiali, una identificazione crescente tra Roma e il centro decisionale di Bruxelles. Parlare con Roma significa, in misura sempre maggiore, parlare con l’Europa. Questo moltiplicatore istituzionale conferisce al vertice della Farnesina un peso che trascende la somma delle singole delegazioni presenti, trasformando ogni documento firmato in questa sede in un atto con risonanza continentale.
Il documento congiunto firmato da Tajani e dal ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan, costituisce il nucleo politico dell’intera iniziativa. Esso ribadisce l’impegno per la stabilità e la ricostruzione a Gaza, condanna le violenze in Cisgiordania, afferma il principio della libertà di navigazione a Hormuz e nel Mar Rosso, e rafforza il partenariato bilaterale italo-saudita. I due ministri hanno espresso con forza la propria opposizione a qualsiasi forma di annessione della Cisgiordania — parziale, totale o de facto — e allo sfollamento forzato dei palestinesi. La ministra dell’Autorità Palestinese Varsen Aghabekian ha portato al tavolo una denuncia precisa: «Oggi in Cisgiordania assistiamo a un’impennata del terrorismo dei coloni, sostenuta da esponenti del governo israeliano e delle forze israeliane». E ha aggiunto: «I palestinesi non chiedono compassione. Chiedono il rispetto del diritto internazionale». Pronunciare queste parole nella città dello ius non è un dettaglio: è una scelta che amplifica il messaggio.
La preoccupazione condivisa da tutti i partecipanti riguarda un rischio concreto e documentato: che le aggressioni dei coloni in Cisgiordania, in un contesto già destabilizzato dalla guerra in Iran e dalle tensioni nel Golfo Persico, inneschino un’escalation generalizzata del conflitto israelo-palestinese. È proprio per scongiurare questo scenario che il summit ha ospitato anche, da remoto, Nickolay Mladenov, Alto Rappresentante per Gaza del Board of Peace, incaricato di coordinare l’attuazione del Piano di Pace in venti punti per la Striscia. La presenza di Mladenov segnala che Roma non si limita a ospitare conversazioni: partecipa attivamente alla costruzione di architetture di pace operative.
L’implicazione di tutto ciò è che il ruolo internazionale dell’Italia non si misura più soltanto in termini di peso economico o militare, ma nella capacità di generare fiducia e di offrire una sede credibile per il dialogo multilaterale. Nei prossimi giorni Roma accoglierà anche i negoziati tra israeliani e libanesi: un ulteriore banco di prova per una capitale che non si limita a essere una bella cornice, ma aspira a essere — con metodo, con istituzioni solide e con una visione europea — il luogo in cui le crisi trovano almeno l’inizio di una risposta.

