Nozze Banco BPM-MPS naufragate: il veto di Crédit Agricole ridisegna il risiko bancario italiano

La tesi è semplice quanto dirompente: la fusione tra Banco BPM e Monte dei Paschi di Siena non è saltata per mancanza di razionale industriale, ma perché il primo azionista di Piazza Meda ha esercitato, con tutta la sua forza, il potere di veto che una quota del 29,3% inevitabilmente conferisce. Crédit Agricole ha parlato chiaro, e il consiglio di amministrazione di Banco BPM ha tratto le conseguenze.

Il 7 giugno scorso, l’amministratore delegato Giuseppe Castagna aveva inviato al Monte una lettera formale per esplorare una potenziale aggregazione. A quasi due mesi di distanza, il consiglio di Piazza Meda ha deliberato all’unanimità di interrompere le consultazioni, riconoscendo che non si sono «verificate le condizioni per giungere a un accordo condiviso tra le parti». La formula è diplomatica, ma la sostanza è inequivocabile: senza il consenso del socio francese, l’operazione non poteva esistere.

La posizione di Crédit Agricole, espressa nel corso della presentazione dei risultati semestrali, è stata netta. Il ceo Olivier Gavalda ha dichiarato di non aver ricevuto «alcun progetto, né alcuna informazione» sulla potenziale fusione, aggiungendo di non essere in grado di valutarne il valore per gli azionisti. Il vice amministratore delegato Jérôme Grivet ha ribadito l’assenza di «progressi concreti», mentre la cfo Clotilde L’Angevin ha ricordato che ad oggi non è stata nemmeno richiesta alla BCE l’autorizzazione per il controllo di Banco BPM. Il messaggio di fondo è stato sintetizzato con rara franchezza dai vertici parigini: «Con il 29,3% siamo indispensabili. Nulla può essere fatto contro di noi o senza di noi.»

Lo scenario preferito dalla Banque Verte, peraltro, sarebbe una fusione tra Banco BPM e Crédit Agricole Italia, non un’aggregazione con Siena. L’Italia resta strategica per il gruppo francese, che intende «continuare a svilupparsi nel lungo termine» nel mercato italiano. Una priorità che rende difficile immaginare come Crédit Agricole avrebbe potuto accettare un’operazione capace di diluire la propria influenza su uno dei suoi asset più rilevanti nel Paese.

Le implicazioni di questo passo indietro sono immediate e significative. Il ritiro di Banco BPM spiana la strada all’offerta pubblica di acquisto e scambio da 30,6 miliardi di euro lanciata da Intesa Sanpaolo su MPS l’8 giugno scorso. Da Siena, che ha preso atto con sobrietà istituzionale della decisione milanese, si conferma la focalizzazione sul proprio piano di crescita e sull’integrazione con Mediobanca, dichiarando al contempo di valutare «ogni opzione strategica nell’interesse di tutti gli stakeholder».

Ciò che emerge con chiarezza da questa vicenda è una lezione di governance bancaria europea: in un sistema di azionariato articolato e transnazionale, nessuna grande operazione di consolidamento può prescindere dalla costruzione preventiva del consenso tra i soci rilevanti. Il fallimento delle nozze BPM-MPS non è un insuccesso industriale, ma il segnale che le regole del gioco — quelle vere, non quelle scritte nei comunicati — si decidono nei consigli di amministrazione di Parigi prima ancora che in quelli di Milano o Siena.

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