Migranti, lo scontro Spagna-Italia rivela la fragilità della solidarietà europea

La gestione dei flussi migratori rimane il banco di prova più difficile per la coesione dell’Unione europea, e lo scambio di accuse tra Madrid e Roma ne è la conferma più recente. Alla vigilia della riunione dei ministri dell’Interno dell’Ue, il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha attaccato pubblicamente diversi governi europei, Italia compresa, accusandoli di non aver dimostrato adeguata solidarietà di fronte alla crisi migratoria che investe Ceuta. La risposta italiana, affidata ai numeri, ha trasformato un confronto diplomatico in un dibattito più ampio su chi stia davvero affrontando il fenomeno con efficacia. La tesi che emerge è netta: l’Europa ha bisogno di meccanismi condivisi, ma il confronto costruttivo non può prescindere dai dati reali.

La crisi di Ceuta e la richiesta spagnola di solidarietà europea

Ceuta, enclave spagnola sulla costa nordafricana, rappresenta insieme a Melilla l’unico confine terrestre dell’Unione europea con il continente africano. È, per definizione, un punto di pressione strutturale delle rotte migratorie mediterranee e atlantiche. Nelle ultime settimane, un nuovo aumento degli arrivi ha riacceso le tensioni tra Madrid e Bruxelles, spingendo Albares a chiedere con forza che la questione venga trattata come emergenza europea e non come problema spagnolo.

Intervistato dall’emittente pubblica Tve, il ministro ha dichiarato che alcuni governi europei «non sono stati all’altezza» della situazione, citando esplicitamente l’Italia tra i Paesi che hanno mancato di solidarietà. Ha poi esteso la critica a «politici e partiti in Spagna» che avrebbero assunto posizioni «irresponsabili». Il messaggio politico è chiaro: per Madrid, la protezione delle frontiere esterne dell’Ue è una responsabilità collettiva, e chi non contribuisce perde il diritto di criticare.

La posizione spagnola è, in linea di principio, del tutto condivisibile. Un’Unione che si proclama solidale non può scaricare il peso della gestione migratoria esclusivamente sui Paesi di primo approdo. Il principio è sancito nei Trattati, ribadito nei vertici europei, e tuttavia sistematicamente eluso nella pratica quotidiana. Su questo, Albares ha ragione.

La risposta italiana: i numeri come argomento politico

Eppure, la replica italiana non si è fatta attendere, e si è rivelata tutt’altro che debole. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha risposto direttamente su X con una sequenza di dati precisi: «Dal 2023 i migranti irregolari in Italia sono diminuiti del 60% su base annua. Da gennaio a luglio 2026 gli sbarchi sono scesi dell’80% rispetto allo stesso periodo del 2023. Gli arrivi irregolari via mare al 15 luglio 2026 sono stati 15.323, -54% rispetto al 2025 e -50% sul 2024.» Tajani ha attribuito questi risultati a «un duro lavoro» e a «accordi bilaterali con otto Paesi di origine e transito che oggi promuovono flussi migratori regolari e sicuri e contrastano il traffico di esseri umani».

Fonti del Viminale hanno integrato il quadro, precisando che il calo degli sbarchi irregolari nel 2026 si attesta intorno al 55% rispetto all’anno precedente e all’82% rispetto al 2023, e che a Lampedusa — evocata da Albares come esempio di crisi irrisolta — sono attualmente presenti 98 migranti, in una situazione definita di ordinaria gestione e non di emergenza.

Questi numeri non sono un argomento retorico: sono dati verificabili che modificano sostanzialmente il quadro del confronto. Se la Spagna chiede solidarietà europea, è legittimo che l’Italia risponda documentando i progressi compiuti nella riduzione degli arrivi irregolari attraverso una strategia di accordi bilaterali con i Paesi di transito. Il metodo — diplomazia pragmatica, cooperazione con i governi di origine, distinzione tra flussi regolari e irregolari — è esattamente quello che le istituzioni europee raccomandano da anni.

Cosa rivela questo scontro sull’Europa che verrà

Lo scambio tra Albares e Tajani è sintomatico di una tensione strutturale all’interno dell’Unione: la tendenza a strumentalizzare le crisi migratorie per fini di politica interna, da parte di governi di diverso orientamento, finisce per ostacolare la costruzione di una vera politica europea comune. Quando Madrid accusa Roma e Roma risponde con i propri dati di successo, il dibattito si trasforma in un confronto tra primati nazionali anziché in una riflessione condivisa su come rafforzare Frontex, rendere operativo il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, e distribuire equamente gli oneri tra gli Stati membri.

La posta in gioco, in vista della riunione dei ministri dell’Interno dell’Ue, è alta. L’Europa ha gli strumenti normativi per costruire un sistema migratorio ordinato, sostenibile e rispettoso dei diritti fondamentali. Ciò che manca non è la legislazione, ma la volontà politica di applicarla con coerenza. E in questo senso, né le accuse spagnole né le cifre italiane esauriscono il problema: entrambe le posizioni, per essere credibili, devono tradursi in un impegno concreto verso un’architettura europea della migrazione che funzioni davvero, nell’interesse di tutti gli Stati membri e, soprattutto, delle persone coinvolte.

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