Una frattura che non si può ignorare
Esiste una tensione strutturale nel centrosinistra italiano che l’assemblea riformista di Prato ha reso esplicita con una chiarezza difficilmente equivocabile. La tesi è semplice ma dirompente: il Partito Democratico non può cedere la propria identità strategica a un alleato che raccoglie la metà dei suoi consensi elettorali. L’invio di armi all’Ucraina, ha dichiarato l’europarlamentare Giorgio Gori, “non è trattabile“. Una posizione netta. Una posizione che rimette al centro del dibattito la questione fondamentale di cosa significhi costruire un’alleanza politica credibile in un’Europa attraversata da conflitti e instabilità crescente.
L’assemblea della corrente riformista — che si riunisce sotto il nome evocativo di “Cambiare!” — ha trasformato il confronto interno in un atto politico di rilievo nazionale. Gori ha attaccato frontalmente le proposte avanzate dal Movimento 5 Stelle, definendone alcune “del tutto inaccettabili“, a partire dallo stop al sostegno militare a Kiev. La logica è stringente: se Giuseppe Conte presenta le proprie condizioni come non negoziabili, il Pd ha il diritto — anzi il dovere — di rispondere con altrettanta fermezza, senza che l’asimmetria nei rapporti di forza elettorali venga ignorata. “Il Pd non può permettersi di subire l’egemonia di un partito che ha la metà dei suoi voti”, ha detto Gori, e la frase suona come una rivendicazione di autonomia prima ancora che come una critica tattica.
Il nodo ucraino e la coerenza con i valori europei
La questione del sostegno all’Ucraina non è un dettaglio di politica estera. È il banco di prova della collocazione atlantica ed europea del centrosinistra italiano, e i riformisti dem lo sanno bene. La parlamentare Lia Quartapelle ha ricordato dal palco che Conte stesso, quando era presidente del Consiglio, ha gestito la politica di difesa in modo assai diverso da quanto oggi predica. Gli slogan sull’opposizione all’invio di armi, ha osservato Quartapelle, “non hanno avuto quel gran successo” alla prova delle urne — il che suggerisce che l’elettorato italiano, nella sua maggioranza, non è affatto ostile a una posizione di sostegno all’Ucraina quanto certa retorica vorrebbe far credere. È un argomento empirico, non ideologico, e come tale merita attenzione.
Quartapelle ha anche evocato il caso del Superbonus al 110%, indicandolo come esempio delle politiche che si rischiano di adottare quando si insegue l’agenda del M5s senza sufficiente spirito critico. La misura, ha ricordato, ha lasciato una “voragine nei conti pubblici“. Va detto, per onestà analitica, che il Superbonus fu approvato da un governo di unità nazionale di cui il Pd era parte integrante — e che la leadership di allora non era quella attuale. Ma il punto politico rimane: cedere terreno programmatico per tenere insieme una coalizione può produrre costi economici e istituzionali molto reali, che ricadono sui cittadini e sulle finanze dello Stato.
Identità, primarie e il rischio dell’estremizzazione
Accanto alla questione ucraina, l’assemblea di Prato ha sollevato un tema più ampio e forse più profondo: la direzione in cui si sta muovendo il Pd sotto la guida di Elly Schlein. Quartapelle ha parlato di una “tendenza nella maggioranza del partito a estremizzare le posizioni“, e ha rivendicato la necessità di primarie di coalizione aperte e partecipate come strumento di democratizzazione del processo decisionale. Non è una critica di facciata. È la richiesta di un ancoraggio alla realtà del Paese, alle esigenze degli imprenditori, dei professionisti, degli amministratori locali che il centrosinistra dovrebbe rappresentare senza cedere alle sirene del massimalismo.
Graziano Delrio, già ministro nelle stagioni renziane, ha aggiunto una nota di metodo: porre veti preventivi nei confronti degli alleati è un modo sbagliato di sedersi al tavolo. La costruzione di un’alleanza deve partire dai contenuti, dalle proposte concrete da offrire al Paese, non dalle simpatie o antipatie personali. “Sono le cose che desideri fare e che proponi al Paese che definiscono il perimetro dell’alleanza”, ha detto Delrio, e si tratta di una lezione di pragmatismo politico che vale indipendentemente dagli schieramenti. Un centrosinistra che voglia governare l’Italia in modo responsabile deve sapere dove vuole andare prima ancora di decidere con chi viaggiare.
Conte e Schlein: il dialogo difficile
Mentre i riformisti si riunivano a Prato, a Roma Conte interveniva a margine di un convegno con toni apparentemente più concilianti, ma sostanzialmente ambigui. “Confido che troveremo soluzioni unitarie, coraggiose e all’altezza delle sfide dei nostri tempi”, ha dichiarato l’ex premier, salvo poi ribadire la sua visione sul conflitto ucraino con un’immagine suggestiva quanto preoccupante: “Noi stiamo rotolando nella guerra, giorno per giorno, passo dopo passo, senza una reale consapevolezza“. È una narrazione che può sedurre emotivamente, ma che fatica a confrontarsi con la realtà di un’aggressione militare su larga scala ai confini dell’Europa, rispetto alla quale la risposta della comunità internazionale ha seguito logiche precise di diritto internazionale e solidarietà tra democrazie.
Schlein ha dichiarato di voler definire “le modalità di un percorso partecipato”, riconoscendo che sui temi più controversi — come le armi all’Ucraina — il dialogo è ancora aperto e l’accordo lontano. I leader di Pd, M5s e Avs non compaiono insieme in pubblico dalla festa di Avs dell’8 settembre, e la prossima occasione di incontro potrebbe essere la proiezione di un documentario al cinema Adriano di Roma, organizzata da M5s e Avs con invito alla segretaria democratica. Un appuntamento simbolico, quasi involontariamente rivelatore della fatica che si fa a costruire una coalizione quando le distanze di fondo restano irrisolte. La vera domanda che i riformisti dem hanno posto a Prato rimane senza risposta: fino a dove si può cedere senza smettere di essere ciò che si è?

