Il 4 settembre segna una data che pochi avrebbero previsto. Giorgia Meloni diventerà la presidente del Consiglio con la più lunga permanenza consecutiva a Palazzo Chigi nell’intera storia repubblicana, superando i 1412 giorni consecutivi di Silvio Berlusconi con i suoi 1386 già maturati. Un traguardo che non è soltanto anagrafico o statistico, ma porta con sé un significato politico preciso e, per certi versi, inedito nel panorama istituzionale italiano.
Nella classifica complessiva dei giorni trascorsi alla guida del governo dall’alba della Repubblica, Berlusconi resta ovviamente imbattibile: quattro esecutivi, oltre tremila giorni in totale, seguono Andreotti, De Gasperi, Moro, Fanfani, Prodi. Meloni occupa il settimo posto per giorni totali, ma nessuno, in epoca repubblicana, ha governato tanto a lungo senza interruzione. È un primato di continuità, e la continuità, in un Paese che ha conosciuto governi mediamente fragili e spesso effimeri, non è un dettaglio secondario.
Questa longevità non è frutto del caso. Fin dall’inizio della legislatura, Meloni ha rifiutato con ostinazione la pratica del rimpasto, quella vecchia consuetudine parlamentare per cui, a intervalli regolari, si rimescolano le carte della maggioranza, si introduce qualche faccia nuova, si ridisegnano equilibri e si torna in Parlamento a chiedere una nuova fiducia. Un rito antico, a volte necessario per ricalibrare i rapporti di forza tra alleati, ma anche un segnale di debolezza strutturale che i mercati, i partner europei e i cittadini leggono con preoccupazione. La premier ha sempre rifuggito questa logica, anche nei momenti di maggiore tensione interna, come quelli seguiti a referendum scomodi o a polemiche laceranti. «Non siamo quelli da giochi di palazzo», ripete con una formula che è al tempo stesso dichiarazione programmatica e messaggio politico.
I cambi di governo che ci sono stati hanno avuto motivazioni precise e non discrezionali: la promozione di Raffaele Fitto a vicepresidente della Commissione europea, le dimissioni spontanee di Sangiuliano, quelle più tormentate di Santanchè. Nessun rimpasto tattico, nessuna redistribuzione di poltrone per accontentare questo o quel partito. Non è un caso, dunque, che certe ricostruzioni giornalistiche su un presunto ritorno di Salvini al Viminale abbiano fatto sorridere gli osservatori più attenti: uno spostamento simile avrebbe significato aprire una voragine, rimettere in discussione equilibri consolidati, scontentare il Quirinale — dove il ministro Piantedosi gode di grande considerazione — e soprattutto sacrificare la carta più preziosa che questo governo ha saputo costruire nel tempo.
Quella carta si chiama stabilità. E la stabilità, come una celebre battuta di Charlie Brown a proposito del vincere, «magari non è tutto nella vita», ma non averla «è niente». È grazie a questa continuità che i conti pubblici mostrano segnali di miglioramento, che lo spread si mantiene su livelli contenuti, che il rating del debito sovrano italiano ha registrato un upgrade significativo. È in questo quadro che il governo ha rinnovato numerosi contratti collettivi — statali, scuola, medici, forze dell’ordine — e ha raggiunto record storici nell’occupazione, riducendo contestualmente i tassi di disoccupazione. Risultati parziali, certo, in un contesto in cui l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie e la pressione sui redditi resta elevata. Ma risultati reali, misurabili, ottenuti senza scorciatoie.
Il vero messaggio di questa legislatura, però, va oltre i numeri. Esso riguarda il metodo: la politica dei piccoli passi costanti, la rinuncia all’emergenza permanente e ai provvedimenti spot, la scelta di costruire anziché di reagire. Un approccio al quale l’Italia non era più abituata, e al quale forse non erano abituati nemmeno i partiti della stessa maggioranza, come dimostra il nervosismo crescente dopo quattro anni di convivenza. Ma è un precedente difficile da ignorare, e chiunque vinca le prossime elezioni — che Meloni insegue con l’ambizione di uno storico secondo mandato, reso più complicato dall’incognita Vannacci e da un centrosinistra che si presenta compatto sotto la guida di Schlein — dovrà fare i conti con questo standard.
In questa prospettiva si comprende meglio anche il rifiuto del centrodestra di stringere un’alleanza con il generale Vannacci, così come il tentativo di Schlein di blindare la coalizione progressista attorno a un programma condiviso prima ancora che attorno ai nomi. Entrambi i movimenti riflettono una consapevolezza nuova: una vittoria elettorale che non garantisca governabilità e stabilità non serve al Paese. Lo dice la storia recente. Lo conferma, paradossalmente, proprio il record che Meloni festeggerà a Bari il 4 settembre.

