La solidità del modello italiano: perché il lavoro stabile e qualificato è la vera scommessa da vincere

Un mercato del lavoro da leggere senza ideologie

Partiamo da un dato concreto, quasi banale nella sua evidenza: nelle officine meccaniche del Nord-Est, nei laboratori farmaceutici dell’Emilia-Romagna, nei cantieri navali della Liguria, le imprese cercano figure tecniche specializzate che non riescono a trovare. Non è un paradosso secondario, è la fotografia più nitida di un mercato del lavoro che, pur tra contraddizioni reali e irrisolte, possiede una struttura produttiva che pochi in Europa possono vantare. Comprendere questa realtà richiede però di liberarsi da letture semplificate e da modelli importati acriticamente, a partire da quello spagnolo, che negli ultimi anni ha guadagnato una certa reputazione di successo nei circuiti mediatici europei.

È giusto, prima di tutto, non tacere le debolezze del sistema italiano. Le retribuzioni restano troppo basse, e le misure di decontribuzione e defiscalizzazione adottate dal governo non hanno ancora consentito un pieno recupero del potere d’acquisto eroso dall’ondata inflazionistica del 2022-2023. Molte donne continuano a essere costrette a scegliere tra la carriera e le responsabilità di cura familiare, in assenza di infrastrutture sociali adeguate. Questi sono limiti strutturali che richiedono risposte serie, non retorica. Tuttavia, riconoscere i propri problemi non significa essere costretti ad ammirare modelli che, a un esame più attento, presentano fragilità ben più profonde.

Il modello spagnolo: dietro i numeri, una struttura fragile

La crescita occupazionale spagnola, celebrata in molte cancellerie europee come un esempio da seguire, poggia su fondamenta che la Fondazione dei Consulenti del Lavoro ha analizzato con rigore nel suo recente rapporto. Il motore principale di quella crescita non è l’innovazione industriale né la trasformazione del tessuto produttivo: è un’iniezione massiccia e senza precedenti di manodopera immigrata. Solo nell’ultimo anno, 350.000 lavoratori stranieri sono stati iscritti alla previdenza sociale spagnola; oltre un milione negli ultimi quattro anni. A giugno, il governo di Pedro Sánchez ha varato una maxi-sanatoria per i migranti irregolari presenti sul territorio da almeno cinque mesi: si sono presentati un milione di stranieri, in una operazione che diversi osservatori hanno collegato, almeno indirettamente, alle tensioni registrate a Ceuta.

Il problema non è l’immigrazione in sé, fenomeno che ogni economia avanzata deve saper governare con intelligenza e lungimiranza. Il problema è la qualità dell’occupazione che questo modello genera. I consulenti del lavoro spiegano con chiarezza che si tratta prevalentemente di lavori stagionali, a bassa qualificazione, concentrati nel turismo e nei servizi alla persona. Quando l’intera architettura della crescita occupazionale si regge su settori a basso valore aggiunto, il successo statistico produce effetti collaterali che erodono il benessere reale delle comunità locali. La domanda turistica e l’afflusso di nuova popolazione comprimono l’offerta abitativa, dirottano il capitale verso la rendita immobiliare anziché verso i settori produttivi e innovativi, e alimentano processi di gentrificazione che a Madrid, Barcellona e nelle Baleari stanno già espellendo i residenti dai quartieri centrali. A tutto ciò si aggiunge una produttività in calo, sintomo inequivocabile di un’economia che cresce in larghezza ma non in profondità. Costruire l’intero modello di sviluppo di un Paese su lavori a bassa specializzazione e bassi salari non è una strategia: è una vulnerabilità strutturale mascherata da statistica.

L’Italia e la sua industria: una forza che si preferisce non vedere

L’Italia non segue questo percorso, e fa bene. È vero che alcune grandi città d’arte — Roma, Firenze — e molte destinazioni costiere sono esposte a dinamiche simili a quelle spagnole, con pressioni sul mercato degli affitti e una dipendenza crescente dal turismo di massa. Ma la struttura produttiva complessiva del Paese racconta una storia diversa e più solida. Il lavoro creato in Italia negli ultimi anni — circa 1,2 milioni di nuovi occupati — è lavoro di qualità, inserito in un mix produttivo che comprende la manifattura, le costruzioni e il settore farmaceutico, oltre naturalmente al turismo, che rimane un motore legittimo e prezioso di sviluppo quando non diventa l’unico.

Ciò che distingue davvero il caso italiano è la natura della domanda di lavoro espressa dalle imprese. I consulenti del lavoro lo documentano con precisione: le aziende italiane dichiarano difficoltà di reperimento per il 47% dei profili ricercati, corrispondenti a circa 2,7 milioni di posizioni aperte. Le punte di difficoltà raggiungono il 65-70% per tecnici in campo ingegneristico, meccatronici, saldatori e manutentori, e il 57% per i diplomati degli Istituti Tecnici Superiori. Non si tratta di posizioni precarie o stagionali: è una domanda di lavoro stabile, ben retribuita e ad alto valore aggiunto, espressione di un tessuto industriale che continua a investire, a innovare e a competere sui mercati internazionali.

Una forza silenziosa che merita riconoscimento

Dietro questi numeri c’è qualcosa che più di un osservatore, per ragioni diverse, preferisce ignorare o sottovalutare: la tenuta strutturale dell’industria italiana, la sua capacità di generare domanda di competenze qualificate, la sua vocazione manifatturiera che resiste alle pressioni della globalizzazione e alla concorrenza dei mercati emergenti. Questa non è retorica patriottica, ma un’analisi che i dati supportano e che dovrebbe orientare le politiche pubbliche, dalla formazione tecnica all’orientamento scolastico, dagli investimenti in ricerca alle politiche industriali europee. Il confronto con la Spagna, lungi dall’essere una critica ai lavoratori spagnoli o alle scelte individuali di chi emigra in cerca di un futuro migliore, è un invito a ragionare con serietà su quale tipo di crescita occupazionale vogliamo costruire, in Italia e in Europa. La solidità non fa rumore. Ma regge.

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