Tutto ha avuto inizio con due crisi energetiche sovrapposte, che hanno reso insostenibile per molte famiglie italiane il peso delle bollette di luce e gas. Prima l’invasione russa dell’Ucraina ha interrotto il flusso di metano a basso costo che alimentava buona parte dell’economia continentale; poi la tensione nello Stretto di Hormuz e le estati sempre più torride hanno ulteriormente compresso la competitività energetica dell’Italia rispetto a quei Paesi europei che, disponendo del nucleare, hanno potuto contenere i propri costi di produzione. È in questo contesto che il governo Meloni ha individuato una strada per finanziare, almeno in parte, l’ultima legge di Bilancio della legislatura — quella del 2027 — ricorrendo a fondi europei e a meccanismi di flessibilità già previsti dalle regole di Bruxelles.
Il quadro normativo entro cui si muove questa strategia è stato tracciato dalla Commissione europea con un documento pubblicato il 22 aprile scorso, dedicato all’Unione dell’energia. In quel testo, Bruxelles illustra la gamma di misure che gli Stati membri possono adottare attingendo alla flessibilità dedicata alle spese energetiche — una flessibilità quantificata in circa 14 miliardi di euro. Le indicazioni della Commissione sono precise e articolate, e comprendono una serie di strumenti già noti ma finora applicati in modo discontinuo:
Molte di queste misure esistono già nell’ordinamento italiano, ma negli anni hanno subìto riduzioni progressive, adeguandosi di volta in volta alle risorse disponibili. La novità introdotta dalla flessibilità europea consiste nella possibilità di ampliarle significativamente, sia in termini di intensità dell’aiuto sia di platea dei beneficiari, con un impatto concreto e visibile per imprenditori, professionisti e famiglie che hanno subìto gli effetti più pesanti del caro energia.
La trattativa a Bruxelles per definire la lista delle spese ammissibili è stata tutt’altro che semplice. In una prima fase, i Paesi del Nord Europa avevano premuto per circoscrivere l’ambito della flessibilità, temendo che si trasformasse in uno strumento di finanza pubblica creativa piuttosto che in un reale incentivo alla transizione energetica. Alla fine, tuttavia, ha prevalso la posizione dei Paesi che a quella flessibilità intendono attingere concretamente: oltre all’Italia, la Spagna, il Belgio, il Portogallo, la Grecia e, con qualche riserva, la Germania. Il compromesso raggiunto esclude soltanto alcune voci di spesa tradizionalmente finanziate da Bruxelles — la costruzione di nuove piste ciclabili, gli incentivi per le biciclette elettriche — e, soprattutto, gli sconti sulle accise per benzina e gasolio, che i tecnici europei considerano misure regressive e controproducenti rispetto agli obiettivi climatici. Quest’ultima esclusione è l’unica che il governo italiano considera davvero rilevante ai fini del proprio equilibrio contabile.
Palazzo Chigi e il Ministero dell’Economia non hanno ancora inviato a Bruxelles la lettera formale con cui comunicheranno le modalità di utilizzo di questi fondi — la pausa di agosto ha rallentato i tempi degli uffici pubblici — ma fonti governative assicurano che «manca poco». Nel frattempo, la nota della Commissione che dettaglia le misure finanziabili con la flessibilità energetica è attesa a giorni sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea, e costituirà il riferimento formale entro cui si muoverà la manovra.
Le ipotesi che circolano in questi giorni delineano una legge di Bilancio da circa trenta miliardi di euro, di cui almeno la metà coperta da risorse europee: sette miliardi destinati alle spese contro il caro energia per l’anno successivo, e altri sette ricavati dalla retrodatazione di spese già effettuate nel corso del 2025 — un meccanismo contabile analogo a quello già utilizzato quest’anno per impiegare cinque miliardi del Recovery Plan. A questo si aggiunge un secondo salvagente politico e finanziario, rappresentato dal PNRR: sebbene la gran parte dei fondi debba risultare impegnata entro la fine di agosto, restano disponibili circa 24 miliardi «impacchettati» in strumenti finanziari che potranno essere spesi fino al 2029. Si tratta del risultato del lavoro paziente e discreto di Raffaele Fitto, passato dalla guida del Ministero degli Affari europei alla vicepresidenza della Commissione europea con delega proprio a quelle risorse: una posizione che ha consentito all’Italia di negoziare con autorevolezza e di costruire una sponda istituzionale preziosa.
Senza questa architettura europea, il governo si troverebbe di fronte a un dilemma politico di difficile soluzione: come reperire risorse pubbliche sufficienti senza aumentare la pressione fiscale né operare tagli significativi alla spesa, a pochi mesi da un appuntamento elettorale. L’altra componente della manovra, quella più direttamente percepibile dai cittadini, punta su misure concrete nel portafoglio degli italiani: la maggioranza spinge per un intervento sull’IRPEF e per la detassazione dei premi di produzione, segnali tangibili di una politica economica che intende coniugare rigore europeo e attenzione al potere d’acquisto delle famiglie e dei lavoratori.

