Il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen partecipa questa settimana alla riunione ministeriale del G20 sull’energia a Houston, in Texas, in un contesto geopolitico quanto mai complesso. Al tavolo siedono anche delegati russi e venezuelani, mentre Washington promuove apertamente un modello energetico centrato sull’espansione della produzione di petrolio e gas. La divergenza con la strategia europea — fondata su decarbonizzazione, elettrificazione e indipendenza dai combustibili fossili — emerge con una chiarezza difficile da ignorare.
La frattura tra sicurezza energetica europea e modello americano
La distanza tra le due visioni non è meramente semantica. Per Washington, la sicurezza energetica deriva da un’offerta abbondante di combustibili fossili nazionali; per Bruxelles, la dipendenza dai mercati internazionali del petrolio e del gas — soggetti a violente oscillazioni — costituisce una vulnerabilità strutturale. La strategia europea punta ad accelerare l’elettrificazione, ampliare le rinnovabili, potenziare le reti e migliorare l’efficienza energetica, riducendo così l’esposizione agli shock geopolitici esterni. Jørgensen ha ripetutamente presentato questa transizione come un imperativo di sicurezza nazionale e collettiva, non soltanto come una scelta ambientale.
Tuttavia, il rincaro delle bollette rende la posizione europea politicamente vulnerabile nel breve periodo. La risposta strutturale basata su decarbonizzazione ed elettrificazione non offre sollievo immediato ai consumatori e alle imprese che subiscono oggi i costi dell’energia. Questo divario temporale tra visione di lungo periodo e urgenza quotidiana rischia di dare slancio politico alla narrativa dell’abbondanza fossile, che Washington promuove con crescente aggressività sul piano diplomatico multilaterale.
La questione russa e il nodo venezuelano
La presenza di Mosca al tavolo di Houston è il dato politicamente più delicato. Sebbene la Russia sia membro a pieno titolo del G20 e la responsabilità degli inviti spetti alla presidenza americana, la coesistenza di Jørgensen con un delegato del Cremlino — mentre l’Unione europea sostiene l’Ucraina e smantella la propria dipendenza energetica da Mosca — crea una tensione simbolica difficile da neutralizzare. Un funzionario della Commissione ha precisato che “la Russia fa parte del G20 e la responsabilità su chi partecipa è della presidenza in carica”, una formulazione che suona più come presa d’atto che come approvazione.
Il Venezuela introduce un’ulteriore complicazione. La sua partecipazione segnala l’intenzione americana di riattivare le relazioni energetiche con Caracas in un contesto post-Maduro ancora fluido, aggiungendo al tavolo un grande produttore petrolifero con un profilo geopolitico tutt’altro che neutro. L’insieme di questi attori rischia di trasformare una riunione tecnica sull’energia in un terreno di confronto tra modelli di governance globale profondamente diversi.
Il messaggio pragmatico che l’Europa deve saper articolare
Il deputato europeo Popescu ha indicato la direzione più utile: trovare il terreno comune tra le due sponde dell’Atlantico senza rinunciare ai valori fondamentali dell’Unione. “La prova a Houston sarà se sapremo parlare di abbondanza senza amnesia”, ha dichiarato, ricordando che la dipendenza — dal combustibile come dalla tecnologia — rimane il rischio strategico centrale. Il gas che sostituisce un’importazione rischiosa può essere letto come un progetto di sicurezza, non necessariamente come una capitolazione rispetto alla transizione energetica: questa è la cornice narrativa che Bruxelles deve saper costruire con più efficacia.
D’altro canto, le critiche più radicali alla politica energetica europea — come quelle del deputato Roman Haider (Austria/Patriots of Europe), che ha definito tale politica un “fallimento” responsabile del declino industriale del continente — riflettono una frustrazione reale, anche se la soluzione non può ridursi a una semplice imitazione del modello americano. L’Europa ha interessi, vincoli e opportunità propri: la risposta giusta è una strategia pragmatica che sappia coniugare competitività economica, indipendenza geopolitica e transizione energetica, senza sacrificare nessuno di questi obiettivi sull’altare degli altri.
Houston non sarà il luogo in cui si risolveranno queste tensioni, ma sarà il banco di prova della capacità europea di difendere con coerenza e autorevolezza una visione dell’energia che non sia né subalterna a Washington né cieca rispetto alle urgenze dei cittadini e delle imprese.

