Tasse universitarie in Italia: al Nord-Ovest si paga il 60% in più rispetto alle Isole

Il diritto allo studio è uno dei pilastri su cui si fonda qualsiasi sistema democratico maturo. Eppure, in Italia, l’accesso all’istruzione universitaria porta con sé un paradosso geografico difficile da ignorare: il costo dell’iscrizione agli atenei pubblici varia in modo significativo a seconda della latitudine in cui si studia, creando disparità che meritano un’analisi attenta e una risposta istituzionale all’altezza.

Secondo i dati elaborati dal Sole 24 Ore sulla base delle rilevazioni dell’Ufficio statistico del Ministero dell’Università e della Ricerca relative all’anno accademico 2024-2025, uno studente del Nord-Ovest versa in media il doppio delle tasse universitarie rispetto a un collega iscritto in Sicilia o in Sardegna. Il divario concreto ammonta a 667 euro annui: 1.810 euro contro 1.143 euro, con uno scarto percentuale del 60%. Non si tratta di cifre marginali, ma di differenze strutturali che incidono sulle scelte di vita di centinaia di migliaia di giovani e delle loro famiglie.

Il quadro nazionale mostra, nel complesso, una tendenza al rialzo. Negli atenei pubblici la retta media — calcolata esclusivamente sugli studenti tenuti al pagamento — ha raggiunto 1.550 euro per persona, segnando un incremento di quasi il 7% nel triennio di riferimento. Una crescita che non si ferma al comparto pubblico: negli atenei telematici la spesa media è salita del 7,5%, attestandosi intorno ai 2.150 euro, mentre nelle università private la media ha toccato i 7.493 euro, con un aumento del 15,1% nello stesso arco temporale.

A mitigare parzialmente queste cifre interviene il sistema delle esenzioni. Sono circa 600.000 gli studenti esonerati dal pagamento delle tasse universitarie, pari al 38,1% del totale degli iscritti. Nelle regioni insulari questa percentuale raggiunge livelli ancora più elevati: in Sicilia e Sardegna, circa uno studente su due non versa alcun contributo, il che spiega — almeno in parte — perché la media delle tasse pagate risulti così contenuta in quelle aree.

Il meccanismo che governa queste esenzioni è la cosiddetta no tax area, uno strumento che consente agli studenti con un reddito familiare al di sotto di una determinata soglia ISEE di essere esonerati dal pagamento dei contributi universitari. La soglia nazionale fissata per legge è di 22.000 euro di ISEE, ma gli atenei hanno facoltà di innalzarla autonomamente, a proprie spese, per ampliare la platea dei beneficiari. Nell’anno accademico 2024-2025, questa agevolazione ha coinvolto circa 220.000 studenti, pari al 14% degli iscritti a livello nazionale.

Tornando alla geografia delle tasse, la classifica per macroaree geografiche restituisce un’immagine nitida del divario. Il Nord-Ovest — che comprende poli universitari di primo piano come Milano e Torino, con i loro atenei ad alta domanda e forte attrattività — guida la graduatoria con una media di 1.810 euro annui. Segue il Centro Italia con circa 1.400 euro, mentre il Sud si attesta a 1.273 euro. In fondo alla classifica, come detto, le Isole con 1.143 euro.

Questa fotografia solleva interrogativi che vanno oltre la semplice statistica. Un sistema in cui il costo dell’istruzione varia così sensibilmente in base alla collocazione geografica dell’ateneo rischia di condizionare le scelte formative non sulla base delle vocazioni o delle aspirazioni individuali, ma delle disponibilità economiche delle famiglie. Chi studia in una grande città del Nord affronta già costi di vita più elevati — dagli affitti ai trasporti — e si trova ora a sostenere anche rette mediamente più alte. Chi invece studia al Sud o nelle Isole beneficia di contributi più bassi, ma spesso in contesti con minori opportunità lavorative post-laurea.

Una politica universitaria all’altezza delle sfide contemporanee dovrebbe puntare a ridurre queste asimmetrie, rafforzando gli strumenti di sostegno al reddito studentesco e garantendo che l’accesso all’istruzione superiore resti una reale opportunità per tutti i cittadini, indipendentemente dal codice postale in cui sono nati. Il merito, in un Paese che voglia dirsi moderno e competitivo, non può essere un privilegio geografico.

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