Lo Stretto di Hormuz è diventato il simbolo di una crisi che non accenna a risolversi. Donald Trump ha respinto la proposta iraniana di cessate il fuoco e riapertura della via d’acqua strategica, lasciando intendere ai suoi collaboratori di voler riprendere la campagna di attacchi aerei contro l’Iran soltanto dopo le elezioni di metà mandato di novembre. Un segnale duro, che chiude — almeno per ora — la finestra diplomatica aperta da Teheran.
Il Wall Street Journal, citando funzionari statunitensi, ha riportato venerdì il rifiuto di Trump a una proposta di sette giorni formulata dall’Iran. La risposta presidenziale non si è fermata alle dichiarazioni riservate: su Truth Social, Trump ha pubblicato un’immagine in cui lo Stretto di Hormuz compare ribattezzato “Trump Strait”, una provocazione simbolica che la dice lunga sullo stato dei rapporti tra le due capitali.
Eppure la proposta iraniana non era priva di sostanza. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi aveva dichiarato venerdì che, create le condizioni necessarie, lo Stretto avrebbe potuto riaprire entro sette giorni e il normale traffico marittimo riprendere. Araghchi si era riferito esplicitamente al memorandum d’intesa firmato in giugno tra i due Paesi, sostenendo che le azioni richieste agli Stati Uniti non erano nuove: erano già state identificate in quel documento. «Se la parte americana è seria nel voler raggiungere un accordo», aveva affermato, «ora è tutto pronto».
Secondo quanto riportato dall’Associated Press, il piano iraniano prevedeva che Washington revocasse il blocco navale dei porti iraniani, cancellasse le sanzioni sulle esportazioni di petrolio e rispettasse un cessate il fuoco che includesse anche il Libano. In cambio, Teheran avrebbe riaperto lo Stretto e ripreso i colloqui sul programma nucleare. Araghchi aveva precisato che il conteggio dei sette giorni sarebbe partito non appena gli Stati Uniti avessero dato il loro assenso: quattro o cinque giorni per completare le fasi iniziali, il sesto per la riapertura, il settimo per l’avvio dei negoziati definitivi.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, intervistato da CBS venerdì sera, ha ribadito l’impegno di Teheran: se Washington avesse accettato, l’Iran avrebbe rispettato tutti gli obblighi assunti. Lo stesso Pezeshkian, parlando mercoledì all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, aveva affermato che il suo Paese non teme di continuare la guerra, ma che la diplomazia resta aperta. Una posizione che cerca di tenere insieme fermezza e pragmatismo, non senza difficoltà.
Ali Vaez, direttore del progetto Iran presso l’International Crisis Group, ha letto la mossa di Teheran come politicamente calibrata. «È una proposta intelligente», ha commentato. «Sanno che è molto allettante per Trump perché mette fine a una guerra impopolare e abbassa i prezzi dell’energia alla vigilia delle elezioni di metà mandato. Allo stesso tempo, rilancia un accordo che era in gran parte a vantaggio dell’Iran. La tempistica compressa dovrebbe essere attraente anche per un presidente che ha fretta.» Un’analisi lucida, che fotografa il doppio registro della diplomazia iraniana: concessioni tattiche, obiettivi strategici invariati.
Sul fronte americano, funzionari informati sui colloqui hanno confermato a Reuters che le discussioni tra Washington e Teheran proseguono attraverso mediatori — tra cui il Qatar, che ha ricevuto Pezeshkian venerdì mattina — e che i toni restano «positivi e costruttivi». Sono in corso anche conversazioni sulle questioni nucleari. Ma il governo statunitense, è stato precisato, non intende affrettare alcun accordo. Una cautela che, letta insieme al rifiuto di Trump, suona come un rinvio calcolato piuttosto che come una porta chiusa definitivamente.
All’interno dell’Iran, tuttavia, la partita diplomatica genera frizioni visibili. Ebrahim Rezaei, membro della Commissione sicurezza nazionale e politica estera del Parlamento, ha scritto su X che «il ministero degli Esteri è un esecutore, non un organo che definisce le politiche», chiedendo ad Araghchi di spiegare in base a quale autorizzazione avesse incontrato il rappresentante americano. «Le condizioni dell’Iran sono state comunicate agli Stati Uniti», ha scritto, «e incontri illegali con il pretesto delle condizioni non producono altro che un segno di debolezza. Non mendicate accordi e comprensione.» Parole che rivelano una tensione profonda tra la linea pragmatica del governo e quella intransigente di settori del parlamento e delle forze di sicurezza.
Pezeshkian ha cercato di rispondere indirettamente, spiegando che le decisioni di politica estera vengono discusse da un coordinamento a sei, che coinvolge istituzioni militari, parlamentari e governative. Ma la polemica interna segnala qualcosa di più di una disputa procedurale: riflette la difficoltà strutturale dell’Iran nel presentarsi come interlocutore unitario in una trattativa che richiede coerenza e affidabilità. Per chi crede nel valore delle istituzioni e nella necessità di interlocutori credibili, è un elemento che non può essere trascurato.
Hormuz resta chiuso. La proposta dei sette giorni è stata respinta. E il calendario americano — con le elezioni di midterm che si avvicinano — continua a scandire un negoziato in cui i tempi della politica interna rischiano di prevalere su quelli della stabilità internazionale. Per l’Europa, per i mercati energetici, per chiunque abbia interesse a un ordine globale fondato su regole condivise, la posta in gioco è altissima.

