Grandi opere commissariate: 182 miliardi nelle mani dei delegati di governo, ma l’Italia non avanza

Il paradosso italiano delle infrastrutture si può riassumere in una cifra sola: 182 miliardi di euro affidati a commissari straordinari, figure nominate dal governo per aggirare le lungaggini burocratiche ordinarie, su un portafoglio complessivo di grandi opere che sfiora i 522 miliardi. In altri termini, un euro su tre destinato alle infrastrutture strategiche del Paese non transita attraverso le amministrazioni ordinarie, ma attraverso delegati di nomina politica. Questa concentrazione straordinaria di risorse pubbliche in strutture commissariali non è un segnale di efficienza: è la cartografia di un fallimento sistemico che merita un’analisi rigorosa.

Il dato più allarmante non è la cifra in sé, ma la sua traiettoria. Il portafoglio delle grandi opere in gestione straordinaria è raddoppiato nell’arco di cinque anni, una crescita che non riflette un aumento proporzionale dei cantieri aperti o delle opere completate, bensì l’incapacità strutturale delle amministrazioni pubbliche di gestire appalti complessi nei tempi previsti. Ogni volta che un’opera si inceppa — per conflitti di competenza, ricorsi amministrativi, carenze progettuali o semplicemente per l’inerzia burocratica — la risposta politica è sempre la stessa: si nomina un commissario. È una scorciatoia che, replicata decine di volte, ha generato un sistema parallelo e opaco di governance delle infrastrutture.

Dal punto di vista istituzionale, il ricorso sistematico alla figura commissariale solleva interrogativi seri sulla tenuta del principio di legalità amministrativa. I commissari straordinari operano con poteri derogatori rispetto alle norme ordinarie in materia di appalti, pianificazione territoriale e tutela ambientale. In un ordinamento che si ispira ai valori europei di trasparenza, concorrenza e controllo democratico della spesa pubblica, questa proliferazione di eccezioni rischia di erodere le garanzie fondamentali che proteggono sia i cittadini sia le imprese che partecipano alle gare. Non si tratta di un giudizio ideologico: è una valutazione tecnica che la stessa Commissione europea ha più volte sollecitato nell’ambito dei processi di monitoraggio del PNRR e dei fondi strutturali.

Sul piano economico, il problema è altrettanto concreto. Una quota rilevante di quei 182 miliardi è alimentata da fondi europei e nazionali soggetti a scadenze rigide. Il rischio di disimpegno automatico — cioè la restituzione delle risorse non spese entro i termini — è reale e documentato. Per gli imprenditori e i professionisti che operano nella filiera delle costruzioni, delle ingegnerie e dei servizi connessi, l’incertezza procedurale generata dal sistema commissariale non semplifica le cose: la moltiplicazione di interlocutori, la variabilità delle regole applicate e la scarsa prevedibilità dei tempi deprimono la partecipazione alle gare e alimentano il ricorso a pochi operatori consolidati, con effetti distorsivi sulla concorrenza.

La tesi che emerge da questi dati è chiara e non ammette eufemismi: commissariare le infrastrutture non è una soluzione, è un sintomo. Il vero cantiere da aprire è quello delle amministrazioni pubbliche — la loro capacità progettuale, la qualità del personale tecnico, la semplificazione delle procedure senza sacrificare la legalità. L’Italia ha bisogno di stazioni appaltanti forti, non di commissari sempre più numerosi. Finché la politica continuerà a rispondere all’inefficienza con nuove deroghe invece di riformare le strutture ordinarie, quei 522 miliardi resteranno in larga parte sulla carta, e con essi le infrastrutture di cui il Paese ha urgente bisogno per competere in Europa.

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