Ceuta, accordo fragile: quattro aree di accoglienza dopo diciotto giorni di stallo

Diciotto giorni di braccio di ferro. Poi, finalmente, un accordo.

Tutto cominciò il 30 luglio, quando decine di migliaia di migranti raggiunsero le coste dell’exclave spagnola di Ceuta, in terra d’Africa. Le stime più attendibili parlano di circa 80.000 arrivi complessivi, una cifra che il ministero degli Interni di Madrid ha finora evitato di confermare ufficialmente, limitandosi ad annunciare che l’entità dell’afflusso «richiede un’analisi specifica». Il governo spagnolo ha fornito un unico dato ufficiale: 1.178 ingressi irregolari — una cifra che l’opposizione ha immediatamente contestato come inverosimilmente bassa.

Nei giorni successivi all’ondata migratoria, la tensione tra il governo centrale e le autorità locali di Ceuta crebbe in modo costante. Il governatore dell’exclave, Juan Jesús Vivas, esponente del Partito Popolare, denunciò pubblicamente la passività dell’esecutivo guidato dal premier socialista Pedro Sánchez. La disputa si estese anche ai numeri: secondo il ministro degli Interni Fernando Grande-Marlaska, i migranti rimasti nell’exclave sarebbero circa 5.000; per le autorità locali, invece, superano gli 8.000, tra cui 1.898 minori non accompagnati, accampati sulle spiagge, nei boschi e sui marciapiedi della città.

Sul fronte parlamentare, il centro-destra — maggioranza al Senato — convocò il ministro degli Esteri José Manuel Albares e il titolare degli Interni Grande-Marlaska per riferire sulla crisi. Grande-Marlaska disertò l’audizione una settimana fa; Albares ha seguito il suo esempio, lasciando vuota la sedia alla Camera alta delle Cortes. Nel frattempo, dalla Residenza Reale di La Mareta, a Lanzarote, dove Sánchez stava trascorrendo le vacanze estive alle Canarie, filtrava il silenzio. Il premier ha interrotto brevemente il soggiorno balneare soltanto per partecipare a una videoconferenza con i ministri dedicata al «caso Ceuta».

La posizione dell’opposizione è rimasta netta e invariata. Cuca Gamarra, vicesegretaria del Partito Popolare, ha ribadito con chiarezza: «Tutti coloro che sono entrati a Ceuta in modo irregolare, minorenni o adulti che siano, devono tornare in Marocco». Una linea che riflette il malumore crescente dei caballas — come la Real Academia Española chiama familiarmente gli abitanti di Ceuta, dal nome spagnolo dello sgombro che abbonda nelle acque circostanti — di fronte a una crisi che percepiscono come abbandonata a se stessa.

Poi, a diciotto giorni dall’inizio della crisi, è arrivata la svolta. La ministra delle Migrazioni Elma Saiz, intervenendo in diretta da Ceuta, ha annunciato il raggiungimento di un accordo tra il governo centrale e il governatore Vivas per la creazione di quattro nuove aree di accoglienza, per un totale di 1.500 posti. «Si tratta di spazi di accoglienza umanitaria temporanei e straordinari», ha precisato la ministra, sottolineando il carattere eccezionale della misura.

L’accordo, però, non ha spento le tensioni. Proprio nelle ore in cui veniva annunciata l’intesa, oltre un centinaio di migranti ammassati sulla Playa del Trampolín hanno avviato uno sciopero della fame per chiedere asilo in Spagna. Vivas, pur avendo accettato l’accordo sulle aree di accoglienza, ha contestualmente minacciato di rivolgersi al presidente della Corte Suprema e al presidente della Corte Costituzionale qualora la situazione non dovesse migliorare entro trenta giorni. «Voglio solo dire: guardate, Ceuta è in pericolo», ha dichiarato il governatore, in un appello che suona come un ultimo avvertimento alle istituzioni centrali.

A complicare ulteriormente il quadro politico attorno a Sánchez, secondo quanto riportato dal quotidiano El Confidencial, gli inquirenti starebbero finalizzando i propri rapporti sui presunti finanziamenti irregolari del Partito Socialista, con conclusioni attese a partire da settembre. Le indagini riguarderebbero pagamenti in contanti ai dipendenti del partito e la consegna di denaro presso la sede di Ferraz. Prima delle ferie, Sánchez aveva negato davanti al Parlamento che il Psoe abbia ricevuto fondi illegali, precisando che eventuali illeciti commessi da suoi ex collaboratori — già condannati in processi per corruzione — sarebbero stati compiuti «sfruttando il partito a titolo personale».

Sul fronte dei controlli alle frontiere, la crisi ha prodotto un’ulteriore conseguenza sul piano delle relazioni bilaterali europee. Dall’8 agosto, dopo che Madrid aveva sospeso l’area Schengen in risposta a un’analoga misura adottata dall’Italia, la polizia spagnola ha controllato 5.080 viaggiatori provenienti da Paesi terzi, arrivati in Spagna con 462 voli dall’Italia, nell’ambito di verifiche a campione istituite, secondo il ministero dell’Interno, «in risposta alla situazione migratoria in quel Paese». Una frizione tra partner europei che, in un momento di pressione migratoria straordinaria, segnala quanto la mancanza di una governance comune continentale pesi sulla coesione dell’Unione.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *