Nelle prime ore di questa settimana, nelle strade di Milano, Bergamo e Brescia, migliaia di lavoratori si sono messi al volante dei propri furgoni e delle proprie automobili senza sapere con certezza se, da lì a pochi giorni, avrebbero potuto continuare a farlo. Il conto alla rovescia era reale: dall’inizio di ottobre, i veicoli diesel Euro 5 avrebbero dovuto essere esclusi dalla circolazione nei principali centri urbani della Lombardia, in applicazione di un quadro normativo europeo risalente al 2007. Una misura che, nei numeri, avrebbe colpito oltre 500.000 persone nella sola regione lombarda.
Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che sospende il blocco della circolazione dei veicoli diesel Euro 5 nel Bacino Padano, intervenendo direttamente laddove la Regione Lombardia non era riuscita ad adottare in tempo le misure compensative previste dalla normativa. Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna avevano invece già attivato tali strumenti, evitando autonomamente il divieto. Per la Lombardia, l’intervento è dunque arrivato da Roma.
Una questione di numeri e di tempo
I dati forniti dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti fotografano con precisione la portata del problema. In Italia circolano circa 3,5 milioni di autoveicoli e 0,6 milioni di veicoli commerciali con alimentazione diesel Euro 5. Di questi, oltre 1,2 milioni di autoveicoli e 200.000 veicoli commerciali operano nel solo Bacino Padano, un’area già sottoposta a vincoli ambientali particolarmente stringenti per via della sua conformazione geografica e dei livelli di inquinamento atmosferico storicamente elevati.
La questione non è meramente tecnica. Dietro ogni veicolo fermo c’è un artigiano che non raggiunge il cantiere, un piccolo imprenditore che non consegna la merce, un professionista che non arriva allo studio. La mobilità, in un sistema economico come quello lombardo — tra i più produttivi d’Europa — non è un lusso, ma un’infrastruttura invisibile su cui poggia l’intera catena del valore territoriale.
Il decreto e le sue ragioni
Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha accolto il provvedimento con dichiarata soddisfazione, sottolineando sui propri canali social che il decreto permette a lavoratori e imprenditori di continuare a spostarsi «nonostante un regolamento europeo del 2007 imponga da settimana prossima che tu debba rimanere a piedi». Ha poi aggiunto che chi mantiene un veicolo Euro 5 non lo fa «per sciccheria», ma perché non dispone delle risorse economiche per sostituirlo.
È un argomento che merita di essere valutato con attenzione, separando le ragioni di merito da quelle di opportunità politica. Sul piano pratico, è innegabile che una transizione verso motorizzazioni più pulite richieda tempi e risorse che non tutti i cittadini e le piccole imprese possono garantirsi nell’immediato. Il principio di gradualità, in materia di politiche ambientali, non è un cedimento alla logica del rinvio: è una condizione di equità sociale.
Europa, regole e buon senso istituzionale
Il nodo politico più delicato riguarda il rapporto con le istituzioni europee. Il quadro normativo che imponeva il blocco deriva da un regolamento comunitario del 2007, recepito e articolato a livello regionale attraverso il cosiddetto Accordo di Bacino Padano. Non si tratta, dunque, di un’imposizione arbitraria, ma di un sistema di regole condivise cui l’Italia stessa ha aderito. La critica alle «imposizioni di Bruxelles» rischia di oscurare questo dato fondamentale, alimentando una narrativa di contrapposizione che non giova né alla credibilità istituzionale del Paese né al dialogo costruttivo con i partner europei.
Un approccio più solido sarebbe quello di riconoscere la legittimità degli obiettivi ambientali europei, negoziando al contempo strumenti di attuazione più flessibili e socialmente graduati. È esattamente in questa direzione che si muovono le misure compensative adottate dalle altre regioni del Bacino Padano: non un rifiuto delle regole, ma una loro applicazione intelligente e contestualizzata.
Le prospettive per i mesi a venire
Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri rappresenta una soluzione contingente, non strutturale. La Lombardia dovrà comunque adeguarsi nel tempo agli standard previsti dalla normativa europea, e il governo sarà chiamato a sostenere questa transizione con politiche industriali e incentivi mirati, in grado di rendere economicamente accessibile il rinnovo del parco veicolare per le categorie più vulnerabili.
Restano aperte, sullo sfondo, le domande più ampie: come accompagnare le piccole imprese verso una mobilità più sostenibile senza penalizzarle nel breve periodo? Come garantire che gli obiettivi di qualità dell’aria — cruciali per la salute pubblica nel Bacino Padano — non vengano sacrificati sull’altare dell’emergenza politica? Sono interrogativi che richiedono risposte di sistema, non soltanto provvedimenti d’urgenza. Per quei 500.000 lavoratori lombardi che oggi tirano un sospiro di sollievo, la partita è ancora aperta.

