Le tende erano ancora lì, piantate davanti alle università, quando Anna Maria Bernini varcò per la prima volta i corridoi del Ministero dell’Università e della Ricerca nel 2022. Un’immagine che il ministro non ha dimenticato — e che oggi, a distanza di tre anni, cita come punto di partenza di una trasformazione concreta e misurabile.
«Quando sono arrivata, i posti letto negli studentati erano 45mila», racconta Bernini. «Ne lasceremo 120mila. Questa non è propaganda: è cultura di governo». Con l’apertura del nuovo anno accademico, studenti e famiglie si attendono segnali tangibili sul fronte degli alloggi, da anni uno dei nodi più critici del sistema universitario italiano. Il ministro risponde con i numeri: una crescita che non si limita a soddisfare i target del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ma che intende restituire opportunità reali a giovani indipendentemente dalla loro provenienza geografica o dalla condizione economica delle loro famiglie. Un principio, quest’ultimo, che appartiene al cuore di qualsiasi politica universitaria seria in un’Europa che si voglia davvero coesa.
Sul fronte del finanziamento agli atenei, Bernini respinge con fermezza le accuse delle opposizioni, che sostengono l’esistenza di tagli ai fondi universitari. «Sono sciocchezze», afferma il ministro, sottolineando come tali affermazioni danneggino non il governo, ma l’immagine stessa del sistema universitario italiano all’estero. Il dato che porta a sostegno della propria posizione è difficilmente contestabile: quasi 9,5 miliardi di euro stanziati per gli atenei — la cifra più alta mai investita nella storia della Repubblica — ai quali si aggiungono ulteriori 60 milioni destinati all’internazionalizzazione. «Alta formazione e ricerca», dice Bernini, «sono le infrastrutture di sistema su cui il governo ha sempre investito, nonostante le crisi internazionali e i momenti difficili che stiamo attraversando». Un investimento sulla conoscenza, dunque, prima ancora che una posta di bilancio.
Tra le riforme che il ministro definisce più coraggiose figura quella che riguarda il mondo dell’Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica — il cosiddetto sistema AFAM — rimasto immobile per un quarto di secolo. Conservatori, accademie di belle arti, scuole di design, istituti di teatro e danza: un universo che custodisce ciò che l’Italia ha saputo offrire al mondo nei secoli, dall’architettura alla musica, dalla moda alla danza. Dopo un percorso avviato nel 2022 — che ha toccato l’edilizia, la regolamentazione didattica e il finanziamento dei dottorati di ricerca — il governo ha trasformato il diploma AFAM in laurea a pieno titolo. «Avremo attori laureati, musicisti laureati, danzatori laureati, designer laureati», spiega Bernini. «Così diamo una qualifica di ulteriore eccellenza ai nostri artisti, in Italia e all’estero». Non è un dettaglio simbolico: il 17 per cento degli studenti dell’alta formazione artistica italiana proviene già dall’estero, e quella percentuale è destinata a crescere. In un mondo che si articola sempre più per connessioni anziché per confini, l’attrattività diventa una risorsa strategica.
Più complessa, e più dibattuta, è la questione del semestre aperto nelle facoltà di medicina. Il ministro preferisce parlare di «sciacallaggio» piuttosto che di semplici polemiche, riferendosi a chi specula sui vecchi meccanismi del test-lotteria e dei corsi di preparazione privati. La logica della riforma è lineare: invertire il paradigma, consentendo a tutti gli studenti di entrare in università e formarsi durante il semestre, per poi sostenere tre esami che determinano chi continuerà il percorso medico. I risultati sembrano dare ragione all’impostazione: l’80 per cento degli studenti che ha frequentato il semestre è rimasto dentro l’università, contro una percentuale che in precedenza era esattamente inversa. Dal 2022, i posti disponibili in medicina sono quasi triplicati, passando da 10mila a 27mila. «I numeri hanno la testa dura», osserva il ministro, ricordando come il confronto diretto con gli studenti sia stato determinante per affinare la riforma nel corso del tempo.
Chiude il quadro la riforma del reclutamento dei docenti e dei ricercatori universitari, che il ministro considera anzitutto necessaria, prima ancora che duratura. L’obiettivo è superare l’ambiguità dell’abilitazione scientifica nazionale e l’opacità di concorsi privi di regole omogenee. D’ora in poi, le selezioni saranno condotte dai singoli atenei ma con criteri comuni e con commissari sorteggiati a livello nazionale — una combinazione pensata per garantire trasparenza senza rinunciare all’autonomia degli istituti. A rafforzare il sistema, un accordo di collaborazione siglato tra il Ministero e l’ANAC, l’Autorità Nazionale Anticorruzione presieduta da Giuseppe Busia: un presidio istituzionale che punta a illuminare le zone d’ombra in cui si annidano le pratiche scorrette. «Se i nostri ricercatori vedono la trasparenza e hanno fiducia nel sistema», conclude Bernini, «rimangono in Italia».
È questa, in fondo, la posta in gioco più alta: non soltanto i numeri di un bilancio o i posti letto di uno studentato, ma la capacità di un Paese di trattenere i propri talenti e di attrarne di nuovi. Una scommessa sul futuro che, per essere vinta, richiede istituzioni solide, regole chiare e la volontà — trasversale agli schieramenti — di non sacrificare i giovani sull’altare delle convenienze politiche del momento.

