Dopo Ankara: la NATO si trasforma e l’Europa deve assumersi le sue responsabilità

Il vertice di Ankara e la nuova architettura della sicurezza europea

Dal vertice di Ankara emerge una verità tanto scomoda quanto necessaria: la NATO resta uno strumento indispensabile per affrontare le sfide complesse del secondo quarto del XXI secolo, ma non è più sufficiente nella forma in cui fu concepita durante la Guerra Fredda e successivamente riadattata dopo la vittoria occidentale nello scontro bipolare. Questa consapevolezza non si ricava tanto dal comunicato finale, quanto piuttosto dalle dichiarazioni dei leader dei tre principali Paesi membri che appartengono contemporaneamente all’Alleanza atlantica e all’Unione Europea. La tesi che si impone con forza è che l’Europa non può più permettersi di essere un attore passivo della propria sicurezza: deve assumere oneri maggiori, ma anche rivendicare poteri decisionali proporzionali.

Il cancelliere Friedrich Merz ha insistito sulla NATO come “vantaggio per l’Europa, per gli USA e per il Canada”, per poi richiamare le “responsabilità nuove” e rafforzate che il Vecchio Continente deve assumersi all’interno dell’Alleanza stessa. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha posto l’accento sugli investimenti militari come volano economico e di ricerca, affermando con nettezza che “se investiamo in difesa quei soldi devono restare in Italia” — e, si potrebbe aggiungere, almeno in Europa. Il presidente francese Emmanuel Macron, infine, ha evocato future esercitazioni “nel formato dei volenterosi”, lasciando intendere che il futuro della sicurezza europea potrà articolarsi anche al di fuori dei confini formali dell’Alleanza atlantica. Merz, Meloni e Macron hanno così tracciato una sorta di tabella di marcia per i mesi a venire, riconoscendo da un lato la contingenza delle intemperanze dell’amministrazione Trump, ma dall’altro la natura sempre più strutturale del disimpegno statunitense dal continente europeo.

Quattro fronti su cui l’Europa deve agire subito

Il primo fronte riguarda la produzione industriale della difesa. Il richiamo di Meloni a produrre in Italia si inscrive perfettamente nella logica del “buy European” promosso dalla Commissione europea e nei numerosi progetti lanciati in questa direzione. L’Italia, con Leonardo e Fincantieri, si trova senza dubbio all’avanguardia: le collaborazioni produttive con la tedesca Rheinmetall, la turca Baykar e il consorzio a guida francese MBDA testimoniano la vitalità di un ecosistema industriale continentale che può e deve crescere. Tra le righe, emerge anche un’altra implicazione: il sostegno all’Ucraina attraverso l’acquisto di armamenti e munizioni statunitensi — che gli europei finanziano per poi trasferirli alle forze armate di Kyiv — dovrà diventare sempre più l’eccezione e non la regola, cedendo il passo a forniture prodotte in Europa e pagate con risorse europee.

Il secondo fronte, di imprescindibile importanza, investe la catena di comando dell’Alleanza. Se il disimpegno statunitense si consoliderà e il vuoto dovrà essere colmato dai Paesi europei, al nuovo protagonismo operativo dovrà corrispondere una modifica sostanziale delle strutture decisionali, a partire dal comando militare supremo che gli Stati Uniti controllano ininterrottamente dalla fondazione dell’Alleanza. Era illusorio attendersi progressi su questo tema già ad Ankara, ma la questione va posta con serietà nell’agenda dei prossimi anni. Maggiori oneri per il Vecchio Continente devono tradursi in maggiore responsabilità e in poteri di indirizzo effettivi: non si può chiedere all’Europa di pagare senza consentirle di decidere.

Strettamente connesso al secondo punto vi è il terzo: la questione della deterrenza nucleare. I Paesi europei dovranno dimostrare di saper surrogare il parziale — e si spera graduale — disimpegno convenzionale americano, ma questo potrà avvenire in modo relativamente sostenibile soltanto a patto che Washington mantenga intatto il proprio ombrello nucleare sul continente. Per quanto, però, potrà durare tale garanzia? Sul medio-lungo periodo, “maggiore responsabilità” significa cominciare a ragionare in modo molto concreto su un deterrente europeo autonomo. Parigi ha già evocato una “dissuasione avanzata”, ovvero l’estensione del deterrente nucleare francese agli alleati europei, mantenendo però la catena decisionale interamente nelle mani dell’Eliseo. È evidente che qualsiasi prospettiva credibile debba partire da Parigi e Londra, ma per approdare a una governance condivisa e il più possibile multilaterale.

Il quarto fronte riguarda l’equilibrio interno all’Alleanza tra il fianco est e il fianco sud. I Paesi baltici, la Polonia, la Romania, la Svezia e la Finlandia considerano la NATO il baluardo insostituibile contro una potenziale aggressione russa, e questa percezione è legittima e fondata. Tuttavia, tale priorità non può oscurare l’importanza strategica del Mediterraneo e il protagonismo che l’Italia, la Grecia e la Spagna esprimono su quel versante. Il tutto dovrà essere armonizzato tenendo conto della crescita degli investimenti militari tedeschi, dell’attivismo turco — che rappresenta il punto di congiunzione tra il fianco est e quello sud —, della centralità francese e della funzione di collegamento atlantico garantita dalla coppia Canada-Regno Unito nel dialogo con Washington.

Ismay rivisitato: un nuovo inizio possibile

Nei giorni del vertice è stato più volte ripreso l’adagio di Lord Ismay sulla NATO degli anni Cinquanta — tenere gli americani dentro, i tedeschi sotto e i russi fuori — e occorre riprenderlo oggi per adattarlo alla realtà del 2025. Gli Stati Uniti non saranno più completamente “in”, ma non potranno nemmeno permettersi di essere del tutto “out”, pena la destabilizzazione di un ordine internazionale di cui restano comunque co-garanti. La Germania non può più essere tenuta “down”: un’Europa della difesa credibile ha bisogno del pieno contributo tedesco, e soffocarlo significherebbe rendere l’intera organizzazione inutile. Quanto alla Russia, dovrà essere tenuta “out” dal punto di vista delle aggressioni territoriali, ma portata al tavolo delle trattative per chiudere il conflitto ucraino e scongiurare future destabilizzazioni. Eludere questi passaggi significherebbe per il continente europeo rassegnarsi all’irrilevanza in un mondo post-occidentale che si sta ridisegnando con o senza di noi. Ankara può essere un nuovo inizio: dipende dalla volontà politica di chi ha la responsabilità di governare questa fase.

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