C’è una frase che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha pronunciato venerdì scorso a Dublino, a margine dell’Ecofin informale, che vale più di molti comunicati ufficiali. Citando Vujadin Boskov, il leggendario allenatore serbo della Sampdoria, Giorgetti ha detto: “È rigore quando l’arbitro fischia. Se non fischia cosa volete che vi dica? Protesterò con l’arbitro, ma non posso farci niente.” L’arbitro, in questo caso, è l’Istat. E l’Istat ha fischiato.
Lunedì 22 settembre, l’Istituto Nazionale di Statistica ha certificato che il deficit italiano nel 2025 si è attestato al 3,1% del Pil, confermando i dati già comunicati prima dell’estate e chiudendo di fatto ogni margine di speranza per un’uscita anticipata dalla procedura per deficit eccessivo — la cosiddetta Excessive Deficit Procedure (Edp) — in cui l’Italia è entrata nel luglio 2024. Per abbandonare la procedura nel pacchetto autunnale del Semestre europeo, previsto per novembre, sarebbe stato necessario che il disavanzo 2025 risultasse inferiore alla soglia del 3% del Pil. Non è andata così.
La Commissione Europea ha confermato la situazione in termini rigorosamente tecnici. Un portavoce ha ricordato che Eurostat pubblicherà i dati definitivi relativi al 2025 il prossimo 21 ottobre, ma ha chiarito che, affinché la Commissione possa proporre la revoca dell’Edp per l’Italia nel pacchetto d’autunno, la notifica dell’ottobre 2026 dovrebbe indicare un disavanzo inferiore al 3% per l’anno 2025. Dato che l’Istat ha certificato il 3,1%, e che è pressoché impossibile che Eurostat riveda al ribasso quella stima, l’Italia resterà in procedura almeno fino alla primavera del prossimo anno.
Questo non è un dato meramente contabile. Restare nell’Edp restringe i margini di manovra per la prossima legge di bilancio, in un momento in cui il governo si trova a dover conciliare impegni di spesa crescenti — in particolare quelli legati alla difesa — con le regole del Patto di stabilità riformato nel 2023. Una riforma, va detto, che porta un’impronta marcatamente germanica e che introduce una distinzione non trascurabile tra i Paesi “virtuosi”, con deficit sotto il 3%, e i Paesi “peccatori”, come l’Italia, che si trovano già in procedura.
La questione ruota attorno alla clausola nazionale di salvaguardia (Nec), richiesta dall’Italia l’11 settembre scorso e sulla quale la Commissione sta lavorando “con la massima celerità”, secondo le parole del portavoce Balazs Ujvari. La Nec consente ai Paesi membri di escludere le spese militari aggiuntive dal calcolo del deficit rilevante ai fini del Patto. Ma il meccanismo funziona in modo asimmetrico: per un Paese già fuori procedura, l’attivazione della clausola impedisce l’ingresso nell’Edp anche se le spese militari portano il deficit oltre il 3%; per un Paese già in procedura, invece, la clausola non garantisce automaticamente l’uscita, anche qualora il deficit, al netto delle spese militari aggiuntive, risultasse inferiore alla soglia.
Un meccanismo che, oggettivamente, penalizza chi è già dentro rispetto a chi è fuori. Una penalizzazione che il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis aveva illustrato con franchezza in più occasioni, e che rischia di trasformare la clausola in una trappola per i Paesi che ne avrebbero più bisogno.
Eppure, la partita non è chiusa. Il portavoce Ujvari ha precisato che l’attivazione della Nec non ostacolerà necessariamente l’eventuale uscita dell’Italia dall’Edp nella primavera del 2027, a condizione che il deficit 2026 scenda sotto il 3% del Pil. Un obiettivo che appare raggiungibile: le proiezioni della Commissione collocano il disavanzo italiano al 2,9% per il 2026, anche se sarà necessario attendere le previsioni autunnali per avere un quadro più preciso.
La chiave, ha spiegato il portavoce, è nella gestione intelligente della clausola nel tempo. Se l’Italia eviterà di caricare troppo sull’esercizio 2026 le spese aggiuntive consentite dalla Nec — preferendo distribuirle sul 2027 e sul 2028 — la Commissione potrebbe comunque decretare l’uscita dall’Edp nella primavera del prossimo anno, tenendo conto dell’attivazione della clausola nella valutazione prospettica degli anni successivi. “La questione non è bianco o nero”, ha detto il portavoce: “presenta diverse sfaccettature”.
A Bruxelles, secondo quanto si apprende, non si dubita che il governo italiano sappia usare questo strumento con la necessaria perizia. Le regole del nuovo Patto di stabilità sono complesse, a tratti contraddittorie, e riflettono le tensioni politiche che ne hanno accompagnato la negoziazione. Ma offrono comunque spazi di manovra a chi li sa leggere. Per l’Italia, il rigore è stato fischiato. Ora si tratta di capire come trasformare una situazione di svantaggio in un’opportunità di gestione virtuosa delle finanze pubbliche — nell’interesse dei cittadini, delle imprese e della credibilità del Paese in sede europea.

