IOR, l’ex presidente De Franssu: «Chiusa definitivamente l’era del paradiso fiscale vaticano»

Dodici anni di riforme alla guida della banca vaticana: il bilancio di Jean-Baptiste de Franssu

«Abbiamo posto fine in modo decisivo all’era dello IOR come paradiso fiscale». Con queste parole, rilasciate in una lunga intervista al settimanale francese Le Point, Jean-Baptiste de Franssu ha tracciato il bilancio dei suoi dodici anni alla presidenza dello IOR, l’Istituto per le Opere di Religione. Il banchiere francese ha lasciato l’incarico ufficialmente alla fine di aprile, al termine di una stagione segnata da riforme profonde, scandali finanziari e un radicale processo di normalizzazione dell’istituto vaticano.

Da istituto isolato a struttura integrata nei mercati internazionali

Nominato nel 2014 da Papa Francesco nel pieno della tempesta che investiva le finanze vaticane, de Franssu rivendica di aver trasformato un organismo opaco e isolato in una struttura pienamente integrata nei circuiti finanziari globali. «Nel 2012 eravamo praticamente fuori dal sistema bancario mondiale», ha dichiarato. «Oggi collaboriamo con oltre quaranta banche nel mondo, siamo membri del sistema Sepa e abbiamo ottenuto le migliori valutazioni possibili da Moneyval».

Quando de Franssu assunse la guida dello IOR, l’istituto attraversava una delle crisi reputazionali più gravi della sua storia recente: sospetti di scarsa trasparenza, controlli insufficienti e utilizzo improprio dei conti per operazioni fiscalmente irregolari. «Avevamo una reputazione compromessa», ammette oggi il manager.

Cinquemila conti chiusi, fine dell’evasione fiscale

Il cuore della riforma è stato la trasparenza fiscale. Solo nel 2014 furono chiusi circa cinquemila rapporti bancari, molti dei quali intestati a esponenti della borghesia romana che utilizzavano il Vaticano come rifugio fiscale. «Non si trattava necessariamente di riciclaggio criminale in senso stretto», ha precisato de Franssu, «ma spesso di evasione fiscale».

Le nuove regole adottate dallo IOR equiparano oggi l’istituto a una grande banca internazionale: oltre i cinquemila euro in contanti è obbligatorio giustificare l’origine dei fondi, pena il rifiuto del deposito. Una discontinuità netta rispetto a decenni di «cultura del segreto».

La Guerra Fredda, Solidarnosc e le valigie di banconote

De Franssu ha ricostruito anche il contesto storico che aveva alimentato quella cultura dell’opacità. Per decenni lo IOR era stato utilizzato per trasferire denaro verso Paesi ostili alla Chiesa, aggirando controlli e restrizioni internazionali. «Sotto Giovanni Paolo II si dice che il Vaticano abbia finanziato Solidarnosc in Polonia per contribuire alla caduta del Muro di Berlino», ha raccontato. «Gli emissari partivano letteralmente con valigie di banconote».

Lo stesso sistema sarebbe stato impiegato per sostenere congregazioni religiose a Cuba e in altri regimi ostili. «Quell’epoca è completamente finita», ha assicurato il banchiere.

Lo scandalo del palazzo londinese: fino a 800 milioni di perdite

Tra i capitoli più traumatici degli ultimi anni figura lo scandalo del palazzo di Sloane Avenue a Londra. Nel 2019, la Segreteria di Stato chiese allo IOR un prestito ponte per rifinanziare l’operazione immobiliare. «Abbiamo chiesto la documentazione. Non ci è mai arrivata. Allora abbiamo allertato il Papa», ha rivelato de Franssu. Da lì si aprì il vaso di Pandora che condusse all’inchiesta vaticana.

Secondo il banchiere, quella sola operazione avrebbe causato perdite comprese tra i 100 e i 150 milioni di euro. In un arco temporale più ampio — dalla fine del pontificato di Giovanni Paolo II al caso Sloane Avenue — il Vaticano avrebbe perso tra i 600 e gli 800 milioni di euro a causa di cattiva gestione, operazioni opache e abusi finanziari. «È il denaro dei fedeli, uno scandalo assoluto», ha commentato.

Il giudizio sulla Chiesa: incompetenza e sete di potere

Il giudizio più duro di de Franssu riguarda il sistema ecclesiale nel suo complesso. «La Chiesa perde ogni anno decine o centinaia di milioni per incompetenza, cattiva gestione o gusto del potere», ha denunciato, descrivendo intermediari che approfittano della debolezza di congregazioni religiose e diocesi per trascinarle in operazioni immobiliari complesse e svantaggiose.

Il vero problema del passato, secondo il banchiere, non sono state le teorie sulla mafia o sulle società segrete, bensì «la vanità, il gusto del potere e l’incompetenza di alcuni carrieristi che volevano gestire istituzioni finanziarie senza averne le capacità».

Investimenti etici e pluralismo diocesano

Negli ultimi anni lo IOR ha allineato i propri criteri di investimento alla Dottrina sociale della Chiesa. «Non investiamo in aziende farmaceutiche che producono pillole abortive né nel trading dell’industria bellica, salvo il caso della difesa nazionale», ha spiegato de Franssu, riconoscendo al contempo le differenze culturali tra le diocesi: «Quelle del Texas investono nei combustibili fossili, mentre quelle tedesche escludono il nucleare».

Il futuro sotto Papa Leone XIV

Con l’uscita di scena del manager francese si chiude una lunga stagione di transizione, nel corso della quale lo IOR ha progressivamente abbandonato l’immagine opaca del passato per trasformarsi in una struttura finanziaria più controllata, prudente e integrata nel sistema internazionale. De Franssu ha riconosciuto il ruolo decisivo dell’attuale direttore generale Gianfranco Mammì, uomo di fiducia di Papa Francesco.

Il percorso di riforma sembra ora destinato a proseguire sotto Papa Leone XIV, che dovrà tuttavia trovare un equilibrio tra rigore istituzionale, redditività e sostegno economico alle attività della Chiesa universale. Un compito che richiederà la stessa determinazione riformatrice degli ultimi dodici anni, ma in un contesto ecclesiale e geopolitico profondamente mutato.

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