L’Europa ai margini? Un’analisi superficiale che non regge ai fatti

L’Europa ai margini? Un’analisi superficiale che non regge ai fatti

Il vertice tra il presidente americano Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping ha dominato il dibattito internazionale, alimentando in Italia una narrazione ricorrente: due superpotenze guidate da uomini forti che decidono le sorti del mondo, con un’Europa impotente e relegata ai margini. È una lettura che si vuole presentare come analisi neutrale, ma che si rivela superficiale, fuorviante e — per un Paese membro dell’Unione europea come l’Italia — persino autolesionista.

Un vertice senza accordi concreti

L’incontro tra Trump e Xi ha messo in agenda le grandi questioni del momento: dal Medio Oriente a Taiwan, dal commercio all’intelligenza artificiale. Il clima è stato di reciproco rispetto e di mutua lusinga tra i due leader, con Trump che si è attenuto scrupolosamente ai dossier preparati dai suoi collaboratori — ben consapevole che qualsiasi concessione inavvertita a Pechino gli avrebbe causato serie difficoltà in patria, soprattutto al Congresso.

Il risultato, tuttavia, è stato un sostanziale nulla di fatto. Nessun accordo commerciale, nonostante Trump sperasse in acquisti cinesi di Boeing, soia e gas americano. Nessun impegno concreto sul Medio Oriente. Solo vaghe promesse e l’annuncio di un generico Board of Trade bilaterale, strumento che, al pari del fantomatico Board of Peace, appare più orientato allo smantellamento del sistema multilaterale che alla sua riforma.

La debolezza relativa degli Stati Uniti

Il vertice ha messo in luce, paradossalmente, la debolezza relativa di Washington. Trump si è presentato circondato dai protagonisti della Silicon Valley, quasi a rimarcare la potenza economica americana. Ma il confronto diretto con Xi ha evidenziato come, rispetto al primo vertice del 2017, oggi esista un sostanziale equilibrio tra le due potenze — un equilibrio accelerato proprio dalle politiche contraddittorie dell’amministrazione Trump.

Sul dossier Taiwan, Trump non ha ceduto ufficialmente: non ha annunciato la sospensione dei pacchetti di vendita di armi a Taipei, per un valore complessivo di 25 miliardi di dollari. Tuttavia, di ritorno da Pechino, ha ribadito la sua convinzione che Taiwan sia «troppo lontana dall’America e troppo vicina alla Cina» per essere difesa, accusando l’isola di aver «rubato» agli Stati Uniti l’industria dei microchip avanzati.

Il quadro complessivo è chiaro: il G2 si rivela incapace di governare le grandi questioni del nostro tempo. Le due maggiori potenze sanno che uno scontro diretto non è nei loro interessi, ma non riescono — né sembrano volerlo — a esercitare una leadership multilaterale efficace.

L’Europa: né impotente né passiva

È a questo punto che la narrazione dell’Europa impotente mostra tutta la sua fragilità. Sul fronte più urgente — la guerra della Russia contro l’Ucraina — è l’Unione europea a sostenere Kyiv, che in larga misura sa ormai difendersi autonomamente. Il timore di un crollo del fronte ucraino si è sensibilmente ridotto, proprio mentre Washington si sfilava dal conflitto: gli Stati Uniti non hanno più le carte in mano su quella crisi.

In Medio Oriente, il bilancio europeo degli ultimi anni è certamente meno brillante. Eppure, anche qui, l’Europa sta lavorando a un piano multilaterale per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz in vista di una possibile conclusione del conflitto.

Sul piano commerciale, il quadro è ancora più eloquente. Gli accordi raggiunti con i Paesi del Mercosur, con Messico, India, Indonesia e Australia restituiscono un’immagine dell’Europa ben diversa da quella dell’impotenza che troppo spesso viene raccontata — un’Europa che costruisce reti di relazioni e presidia il sistema delle regole internazionali.

Un mondo multipolare, non un G2 a tavolino

La realtà geopolitica contemporanea è più complessa di quanto suggerisca la vulgata dei «due grandi che decidono tutto». Non viviamo né in un G2 che governa il mondo a tavolino, né in un sistema di medie potenze che ridefiniscono liberamente le regole del gioco.

Navighiamo in entrambi questi mondi, che competono e coesistono. Riconoscerlo non è segno di debolezza analitica, ma di realismo. E per l’Italia — Paese fondatore dell’Unione europea, membro della NATO e attore del sistema multilaterale — raccontare l’Europa come entità marginale non è analisi: è un errore politico prima ancora che giornalistico.

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