Migranti, Roma e Berlino negano lo scontro: dietro le dichiarazioni, la logica elettorale

L’ambasciatore tedesco in Italia, Thomas Bagger, ha sentito il bisogno di scrivere sui social che Germania e Italia sono perfettamente allineate e collaborano nella «massima fiducia» su tutte le questioni migratorie. Un gesto che, proprio per la sua natura insolita, rivela quanto le tensioni percepite nelle ultime ore fossero più mediatiche che diplomatiche. A Palazzo Chigi e nelle stanze del governo di Berlino, la versione è la stessa: nessuno scontro è aperto tra i due Paesi.

La vicenda nasce da una dichiarazione di un anonimo portavoce governativo tedesco, il quale ha ricordato che dal 12 giugno sono entrate in vigore le nuove norme sui ricollocamenti dei migranti irregolari nell’Unione europea, e che dunque l’Italia sarebbe tenuta a riprendere in carico i clandestini transitati dal proprio territorio. Roma, tuttavia, fa notare un dettaglio tutt’altro che secondario: non ha parlato Merz, né alcun membro di rilievo dell’esecutivo tedesco. E sarebbe stato sorprendente il contrario, dato che il cancelliere partecipa da oltre un anno alle riunioni preparatorie del Consiglio europeo cogestite proprio da Italia e Danimarca, condividendo una linea di fermezza contro le migrazioni irregolari.

A Palazzo Chigi si cita un dato che si ritiene dirimente: rispetto al predecessore Scholz, Merz ha compiuto una virata di centottanta gradi, sospendendo i finanziamenti pubblici alle organizzazioni non governative che battono bandiera tedesca e che, nel canale di Sicilia, rappresentano per Roma un fattore di attrazione dei flussi clandestini. Non è un elemento trascurabile nel quadro delle relazioni bilaterali. Non a caso, proprio le ong tedesche hanno reagito duramente: Sea Watch ha definito «nauseante» parlare di compensazioni, accusando il Viminale di chiedere qualcosa che il diritto internazionale non consentirebbe di imporre a nessuna nave.

Sul piano tecnico, la posizione italiana è consolidata da accordi bilaterali sottoscritti con Berlino e con Parigi sul cosiddetto reset dei movimenti secondari. Roma non si riconosce alcun obbligo di ricollocamento per i migranti sbarcati sulle coste italiane con imbarcazioni di ong tedesche e poi transitati in Germania: per l’Italia, quei soggetti sono entrati nel territorio tedesco, e la responsabilità segue di conseguenza. Una posizione che il Viminale mantiene invariata, nonostante l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su asilo e migrazione.

Sullo sfondo, tuttavia, opera una dinamica più ampia e trasversale. Il post congiunto pubblicato ieri mattina da Giorgia Meloni e dalla premier danese Mette Frederiksen offre una chiave di lettura preziosa. La socialdemocratica Frederiksen ha bisogno di mostrarsi ai propri elettori capace di dialogare con la destra europea senza abbandonare la fermezza sui confini; Meloni, specularmente, dimostra di saper interloquire con i socialisti del Nord Europa su temi di sicurezza, distinguendosi dalla sinistra italiana. Un gioco di specchi in cui entrambe le leader ottengono visibilità presso i rispettivi elettorati.

Questa rincorsa collettiva verso posizioni più rigide sull’immigrazione non riguarda soltanto Roma. Da Copenaghen a Berlino, passando per Madrid, governi di segno diverso avvertono la pressione dei partiti sovranisti e adeguano di conseguenza il proprio registro comunicativo. A Palazzo Chigi si osservano con soddisfazione i sondaggi in calo del premier spagnolo Sánchez, messo sotto pressione dalle cronache di Ceuta. Meloni, intanto, ha costruito nel tempo un formato di riunioni preparatorie del Consiglio europeo cui partecipano una ventina di Stati membri, consolidando un ruolo di regia che va ben oltre la semplice partecipazione.

La sintesi che circola negli ambienti di governo italiano è disincantata quanto rivelatrice: «Sono tutti, in fondo, solo proclami elettorali». Una lettura che, lungi dall’essere cinica, descrive con precisione il momento politico europeo — un continente in cui la gestione dei confini è diventata il terreno privilegiato su cui i governi misurano la propria credibilità davanti ai cittadini.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *