Groenlandia, trivelle non autorizzate e pressioni di Washington: il dossier che preoccupa Nuuk

Un’isola contesa: geopolitica, petrolio e sovranità

La Groenlandia torna al centro del dibattito internazionale, e questa volta non si tratta di semplici dichiarazioni d’intento. Donald Trump ha rilanciato le sue ambizioni sull’isola artica con rinnovata determinazione, affermando in un’intervista che la Groenlandia sarà sotto il controllo degli Stati Uniti «prima che io lasci la Casa Bianca», ovvero entro il 2029. A corroborare le parole con i fatti, il primo agosto ha pubblicato su Truth Social un’immagine generata dall’intelligenza artificiale che lo ritrae come una figura gigantesca dominante un villaggio groenlandese, accompagnata dalla scritta «Hello, Greenland!». Un messaggio inequivocabile. Una pressione ibrida, condotta con gli strumenti dell’era digitale, che si affianca a movimenti ben più concreti sul terreno.

Le trivelle arrivano prima delle autorizzazioni

A fine luglio, sulla pista dell’aeroporto di Nerlerit Inaat — una struttura che normalmente accoglie solo una manciata di voli settimanali — sono comparsi quindici container e macchinari pesanti per l’edilizia. Un arrivo impossibile da ignorare. Il 30 luglio il governo groenlandese ha lanciato un formale avvertimento, comunicando che il ministero delle Risorse Minerarie era stato informato del trasferimento di attrezzature di perforazione da Tasiilaq a Nerlerit Inaat da parte di White Flame Energy, e sottolineando con nettezza che «il titolare della licenza non aveva ottenuto le autorizzazioni necessarie». La nota si è conclusa con un monito preciso: tutte le future operazioni logistiche devono essere preventivamente concordate e approvate dall’autorità competente.

Le licenze valide e la catena societaria

La vicenda presenta una complessità societaria che merita attenzione. Nel 2021 la Groenlandia ha sospeso il rilascio di nuove licenze esplorative, ma White Flame Energy detiene ancora tre licenze valide, ottenute nel 2014 e nel 2018. La società britannica 80 Mile PLC, che ha acquisito White Flame, ha successivamente stretto una partnership con Greenland Energy, compagnia statunitense con sede in Texas guidata da Robert Price, figura considerata vicina alla visione geopolitica di Trump. Il presidente di Greenland Energy è Larry Swets, veterano della Marina militare americana, che lavora anche al progetto Golden Dome, il sistema di difesa missilistica per il quale Trump sostiene che il controllo della Groenlandia sia «vitale» per la sicurezza nazionale.

Tredici miliardi di barili: la posta in gioco economica

Le ambizioni di Greenland Energy non si fondano su calcoli approssimativi. Secondo Robert Price, sotto la penisola di Jameson Land, nella Groenlandia orientale, potrebbero giacere quasi 13 miliardi di barili di petrolio, per un valore stimato di mille miliardi di dollari. «Sarà come i giacimenti degli Anni ’20, ’30 e ’40», ha dichiarato Price con entusiasmo durante una visita sull’isola a marzo. La società ha pianificato un investimento di 60 milioni di dollari per perforare due pozzi esplorativi, con il primo previsto entro ottobre. In una lettera agli azionisti datata 6 agosto, la società ha giustificato la propria condotta affermando che «attendere i permessi prima di iniziare i preparativi logistici ritarderebbe inutilmente le operazioni e potrebbe far perdere tempo prezioso durante la limitata stagione di trivellazione in Groenlandia». Una logica che antepone il calendario operativo al rispetto delle norme locali.

La risposta della società civile groenlandese

Di fronte a questa pressione combinata — politica, economica e ora anche operativa — la popolazione locale non è rimasta in silenzio. Il 13 luglio, a Ittoqqortoormiit, cittadina situata nelle immediate vicinanze dei siti di trivellazione, si è tenuta una manifestazione di protesta. Hans Brønlund, presidente del consiglio locale, ha espresso con chiarezza le preoccupazioni della comunità: «Una fuoriuscita di petrolio non distruggerebbe solo la natura: distruggerebbe il nostro stile di vita e il futuro». Non si tratta di un generico ambientalismo. È la voce di una comunità che vede minacciata la propria capacità di autodeterminazione, in un contesto in cui le pressioni esterne si moltiplicano senza che il consenso locale venga adeguatamente considerato.

Diritto internazionale e principio di sovranità

La questione groenlandese solleva interrogativi che vanno ben oltre la cronaca. Sul piano giuridico, la Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca, dotato di un proprio governo con competenze legislative in materia di risorse naturali. Qualsiasi operazione estrattiva richiede l’esplicita autorizzazione delle autorità di Nuuk. Il fatto che una società privata americana abbia avviato operazioni logistiche in assenza di tali autorizzazioni — e che lo abbia fatto in un clima di esplicita pressione politica da parte di Washington — rappresenta una sfida concreta al principio di sovranità e al rispetto delle procedure democratiche. Le istituzioni europee e i governi alleati sono chiamati a osservare con attenzione questi sviluppi. La stabilità dell’ordine internazionale si costruisce anche difendendo il diritto di ogni comunità a governare le proprie risorse secondo le proprie leggi.

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