PIL oltre le stime, Meloni punta sul ceto medio: “Tagliare le tasse, no alla patrimoniale”
L’economia italiana mostra segnali incoraggianti: secondo le ultime indicazioni del Ministero dell’Economia, l’Italia dovrebbe chiudere anche il secondo trimestre con il PIL in territorio positivo, sulla spinta della produzione industriale. Dopo il +0,3% registrato nel primo trimestre, la crescita acquisita per l’intero anno sale già a +0,6%. In questo contesto, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rilanciato l’agenda fiscale del governo in vista della prossima legge di bilancio.
Meloni a Confcommercio: priorità al ceto medio
Intervenendo ieri all’assemblea annuale di Confcommercio — un appuntamento da cui mancava da dieci anni — Meloni ha delineato le prossime mosse sul fronte fiscale: «Siamo partiti dai redditi più bassi, via via abbiamo allargato il raggio d’azione. Vogliamo fare di più, particolarmente per alleggerire il carico fiscale sul ceto medio, perché il taglio delle tasse è uno dei grandi obiettivi di questo governo».
La premier ha anche respinto con nettezza le proposte di imposta patrimoniale avanzate da alcune forze di opposizione: «Altri parlano di tassare il patrimonio; noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad averlo, un patrimonio, dopo decenni di lavoro e di sacrifici».
La convergenza con Confcommercio sui fondamentali
Prima dell’intervento di Meloni, il presidente storico di Confcommercio Carlo Sangalli aveva chiesto al governo uno sforzo concreto contro la «fiscocrazia», invocando la riduzione dell’aliquota centrale dal 35 al 33% per i redditi fino a 60.000 euro, a beneficio del ceto medio produttivo.
Sangalli ha anche valorizzato la «fiducia strutturale delle famiglie italiane», definendola un elemento di stabilità capace di isolare i consumi privati dal «rumore» geopolitico esterno. Il centro studi di Confcommercio stima per il 2026 una crescita dello 0,9%, la previsione più ottimistica finora disponibile.
Su un punto, premier e presidente dell’associazione di categoria convergono con particolare forza: la ritrovata credibilità internazionale dell’Italia. «Sarebbe intellettualmente disonesto dipingere l’Italia come una nazione i cui problemi sono stati tutti risolti», ha ammesso Meloni, «ma è ugualmente disonesto ignorare o sminuire il quadro incoraggiante che i dati macroeconomici ci restituiscono. Questa non è la Repubblica delle banane».
I dati di ISTAT e Tesoro confermano il trend
A sostenere l’ottimismo governativo hanno contribuito, nella stessa giornata, due rilevazioni convergenti di ISTAT e Ministero dell’Economia. L’istituto di statistica ha comunicato che ad aprile la produzione industriale è cresciuta dello 0,5% su base mensile e dell’1,3% su base annuale.
Riccardo Barbieri Hermitte, direttore generale del Tesoro, ha dichiarato che tali dati «avvalorano l’ipotesi di una lieve crescita anche nel secondo trimestre». Ha inoltre anticipato che il governo sta valutando l’attivazione della clausola di salvaguardia, anche in relazione a eventuali incrementi delle spese per difesa e sicurezza, mossa correlata a una possibile revisione del deficit 2025 e a un’uscita anticipata dalla procedura per disavanzo eccessivo aperta dall’Unione Europea.
I rischi sul quadro internazionale
Lo scenario rimane tuttavia fluido. Barbieri Hermitte ha precisato che occorreranno almeno due mesi per disporre di valutazioni più precise. Anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), nel suo rapporto annuale, segnala che il deterioramento del contesto internazionale — legato ai conflitti in corso — potrebbe:
L’UPB avverte che «i margini per interventi in deficit rimangono esigui». Sul fronte positivo, l’impatto del PNRR sul PIL sarà dell’1,8% nell’anno in corso, mentre il deficit scenderà al 2,9%, sotto la soglia del 3% fissata dai parametri europei — un risultato che rafforza la posizione negoziale dell’Italia in sede comunitaria.

