Brexit, il decennio perduto: costi economici, promesse mancate e un futuro ancora incerto

Dieci anni di Brexit: crescita frenata, investimenti in calo e migrazioni fuori controllo

Bruxelles, 24 giugno 2025. Crescita economica al palo, produttività in contrazione, investimenti in fuga, occupazione in calo e un’inflazione alimentata da una sterlina sempre più debole: a dieci anni esatti dal referendum che portò il Regno Unito fuori dall’Unione europea, il bilancio della Brexit si presenta impietoso. I governi britannici succedutisi a Downing Street — già sei premier, presto un settimo — hanno ottenuto il tanto proclamato «riprendere il controllo», ma a un prezzo che ricade soprattutto sulle famiglie più vulnerabili, sulle piccole imprese e sui giovani.

Anche la promessa di ridurre i flussi migratori si è rivelata illusoria: il saldo netto degli arrivi ha raggiunto il picco di quasi un milione di unità nel 2023, ben al di sopra dei 300 mila registrati nel 2016.

Un impatto asimmetrico: il Regno Unito ha pagato molto più dell’UE

Gli effetti giuridici dell’uscita si sono materializzati il 31 gennaio 2020, ma le conseguenze economiche legate all’incertezza si sono fatte sentire sin dal giorno dopo il voto. Pandemia, guerra in Ucraina, crisi energetica e tensioni commerciali innescate da Donald Trump hanno colpito l’intera Europa, ma il Regno Unito ne ha risentito in misura sproporzionata.

Secondo Iain Begg della London School of Economics, l’impatto economico negativo della Brexit sul Regno Unito è stato cinque volte superiore rispetto a quello sull’Unione europea.

I numeri della débâcle: PIL, produttività e investimenti

L’Ufficio per la responsabilità di bilancio, organismo indipendente del Tesoro britannico, stima che entro il 2030 la crescita del PIL sarà inferiore di quattro punti percentuali rispetto allo scenario in cui il Paese fosse rimasto nell’UE. Stime che gli economisti del National Bureau of Economic Research (NBER) americano, guidati da Nicholas Bloom, giudicano addirittura ottimistiche: secondo il loro studio, la zavorra della Brexit vale già 6-8 punti di PIL nel periodo 2016-2025.

La produttività si è contratta del 3-4%, così come l’occupazione, con un aumento preoccupante dei giovani che non studiano e non lavorano. Non si è trattato di un crollo improvviso, bensì di quella che John Springford del Center for European Reform definisce una «lenta erosione».

Sul fronte degli investimenti, il NBER stima un calo di 12-13 punti percentuali, che altri studi portano fino al 18%. La frenata più brusca si è registrata nei primi anni post-referendum, ma è proseguita anche dopo l’entrata in vigore dell’accordo di scambio e cooperazione nel 2021-2022, penalizzando in particolare le piccole e medie imprese, schiacciate dall’aumento degli oneri burocratici.

La sterlina debole e lo shock inflazionistico

Il Regno Unito ha subito uno shock inflazionistico che ha eroso i bilanci familiari e le finanze pubbliche. La sterlina vale oggi circa 1,15 euro, sensibilmente al di sotto del livello pre-Brexit di 1,31 euro. Gli esportatori, anziché beneficiare della valuta debole, hanno visto il volume delle loro esportazioni ridursi del 10-15%, frenati dall’incertezza e dai nuovi ostacoli tariffari.

A reggere sono i servizi digitali; in difficoltà quelli legali e finanziari. Il mercato unico europeo rimane il primo partner commerciale del Regno Unito, ma la composizione dei fornitori è mutata: secondo un report di Allianz Research, la Cina ha scavalcato la Germania diventando il primo partner industriale britannico, con implicazioni strategiche di lungo periodo non trascurabili.

Immigrazione: la promessa disattesa

Il controllo dei flussi migratori era stato il principale argomento dei fautori della Brexit. Il risultato è stato l’opposto di quanto promesso. Gli arrivi di cittadini UE — che nel 2016 rappresentavano tre quarti del totale — sono effettivamente diminuiti, ma quelli di cittadini extra-UE sono aumentati in modo esponenziale, arrivando a rappresentare oggi il 90% degli ingressi.

Il saldo netto è passato da circa 300 mila unità nel 2016 al picco di 900 mila nel 2023, per poi scendere a 171 mila nel 2025 a seguito delle misure restrittive adottate dal governo. Una quota rilevante degli arrivi riguarda manodopera poco qualificata, mentre Londra attrae sempre meno talenti e «cervelli».

Erasmus, mobilità giovanile e il nodo politico di Starmer

L’uscita dal programma Erasmus e l’aumento delle tasse universitarie hanno ridotto drasticamente la presenza di studenti europei nel Paese. Dopo l’intesa con Bruxelles, il programma di scambi sarà ripristinato a partire dal gennaio 2026.

Nei mesi scorsi il governo di Keir Starmer stava negoziando con l’UE un più ampio schema per la mobilità giovanile e un rafforzamento della partnership bilaterale in campo militare ed energetico. L’uscita di scena del premier rischia però di rallentare ulteriormente i lavori: sintomatica, in tal senso, la decisione di rinviare il summit UE-UK inizialmente previsto per il 22 luglio.

A dieci anni dal voto che ha ridisegnato la geografia politica europea, il dibattito sul futuro delle relazioni tra Londra e Bruxelles rimane aperto — e più urgente che mai.

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