AfD, la dirigente Von Storch non lascia spazio ai dubbi: «Espelleremo un milione e mezzo di siriani e afghani dalla Germania»

Un partito al quarantaquattro per cento nei sondaggi, una leader che parla senza perifrasi e un programma migratorio che non ammette ambiguità. Beatrix von Storch, figura di primo piano nell’Alternative für Deutschland, ha rilasciato dichiarazioni destinate a risuonare ben oltre i confini tedeschi, toccando temi che attraversano il dibattito europeo sulla gestione dei flussi migratori, sullo stato di diritto e sul futuro degli equilibri democratici in Germania.

Il punto di partenza è la Sassonia-Anhalt, dove l’AfD ha ottenuto un risultato che von Storch definisce senza esitazione «un mandato a governare». Il candidato regionale Ulrich Siegmund è al lavoro per costruire una maggioranza, e i colloqui sarebbero aperti con tutti: tanto con la CDU quanto con il BSW, il movimento nazional-populista di Sahra Wagenknecht che occupa uno spazio ibrido tra sinistra radicale e sovranismo identitario. Von Storch non entra nei dettagli delle trattative, ma conferma che «i colloqui sono in corso», lasciando intendere che la priorità è il risultato, non la purezza ideologica dell’alleato.

È però sul tema migratorio che la dirigente dell’AfD si esprime con la maggiore determinazione. Il piano, articolato in due fasi distinte, prevede innanzitutto l’espulsione immediata di circa duecentocinquantamila persone che, secondo von Storch, si trovano già in una condizione di obbligo esecutivo di lasciare il territorio tedesco: soggetti ai quali lo Stato di diritto ha già negato qualsiasi titolo di permanenza. La seconda fase è più ambiziosa e più controversa: riguarda circa un milione e mezzo di siriani e afghani attualmente titolari di permesso di soggiorno. Von Storch sostiene che tali permessi andrebbero riesaminati alla luce delle mutate condizioni nei Paesi d’origine, e che, attraverso procedure che lei definisce «conformi allo Stato di diritto», si giungerebbe alla revoca di gran parte di essi. «In realtà dovrebbero andarsene da soli», afferma, aggiungendo che in caso contrario «alla fine lo Stato deve farlo rispettare».

Alla domanda se l’ICE americano — l’agenzia federale per l’immigrazione e i controlli doganali istituita dall’amministrazione Trump — possa rappresentare un modello, von Storch non risponde con un sì esplicito, ma nemmeno si sottrae. Preferisce spostare l’accento sulla volontà politica: «Noi questa volontà politica ce l’abbiamo», dice, elencando le ragioni che, a suo avviso, rendono urgente un’azione di questo tipo — dalla pressione sulla criminalità al sovraccarico dei sistemi di welfare, dalle infrastrutture alle scuole. La questione operativa — chi esegue, con quale personale, con quali competenze tra Bund e Länder — viene rinviata a una fase successiva, con la certezza che «non sarà questo a far fallire il progetto».

Altrettanto significativa è la riflessione su Giorgia Meloni, che von Storch cita come esempio di come la demonizzazione politica possa rivelarsi infondata nel tempo. «Era stata dipinta come una minaccia fascista per l’intera Europa», ricorda, tracciando un parallelo esplicito con il trattamento riservato all’AfD. Riconosce che Meloni guida «un governo più stabile di quello tedesco» e che fa «una politica del tutto ragionevole», pur precisando che non vi è piena convergenza su tutti i dossier — a cominciare dall’Ucraina. Il punto, per von Storch, non è l’identità dei contenuti, ma la legittimità del percorso: ogni partito rappresenta gli interessi del proprio Paese, e questi interessi «non coincidono sempre». Su Roberto Vannacci, il generale europarlamentare che ha costruito un proprio movimento politico in Italia, von Storch si limita a un commento sibillino: «Seguiamo la cosa con grande interesse».

Rimane sullo sfondo, ma non meno rilevante, la questione della possibile messa al bando dell’AfD. Von Storch la respinge con forza, definendola «una mostruosità» e, soprattutto, «la fine della democrazia in Germania». L’argomento che avanza è di natura essenzialmente aritmetica: bandire il partito più votato del Paese, avanti di dieci punti sul secondo, da parte di formazioni attestate all’otto o al diciassette per cento, sarebbe — a suo dire — incomprensibile per qualsiasi cittadino. La precisazione che cinque sezioni regionali dell’AfD siano già classificate come estremiste di destra dalla Verfassungsschutz, l’ufficio federale per la protezione della Costituzione, viene da lei circoscritta al piano locale: «Quel che ho detto è corretto a livello nazionale».

Se l’AfD dovesse effettivamente entrare al governo della Sassonia-Anhalt, von Storch anticipa una delle prime mosse: la disdetta dello Staatsvertrag, ovvero il contratto che regola il finanziamento del servizio pubblico radiotelevisivo. «Non costa denaro e non richiede procedimenti lunghi», spiega, con la soddisfazione di chi individua in quella misura un segnale politico a basso costo e ad alto impatto simbolico. Per il resto, rimanda al candidato regionale Siegmund. È una divisione del lavoro che dice qualcosa di preciso sulla struttura del partito: le visioni strategiche si elaborano al centro, l’attuazione si delega alla periferia. Il che, in un sistema federale come quello tedesco, non è necessariamente una debolezza — ma pone interrogativi seri sulla coerenza e sulla sostenibilità di un programma così radicale una volta che dovesse confrontarsi con la complessità del governo reale.

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