Leggere nell’era degli algoritmi: smartphone, social e intelligenza artificiale stanno erodendo le capacità cognitive di una generazione

Immaginate un’aula scolastica in una qualsiasi città europea, nel 2025. I ragazzi hanno quindici anni, sono cresciuti con uno schermo in mano e sanno muoversi tra piattaforme digitali con una disinvoltura che stupisce gli adulti. Eppure, davanti a un testo di media complessità, molti di loro faticano a seguire il filo del ragionamento, saltano da un paragrafo all’altro, perdono il senso d’insieme. Non è un’impressione soggettiva degli insegnanti: è un dato misurato, sistematico, che attraversa l’intero mondo occidentale. L’indagine PISA 2025, condotta dall’OCSE su studenti quindicenni in decine di Paesi, ha certificato ciò che molti educatori sospettavano da tempo: la capacità di lettura è in caduta libera, e il declino ha accelerato negli ultimi tre anni in modo particolarmente preoccupante.

I numeri raccontano una storia inequivocabile. Nel 2012, il punteggio medio nei Paesi OCSE per le competenze di lettura si attestava a 501. Nel 2025 è sceso a 461: quaranta punti in meno, un divario che gli esperti traducono in circa due anni di apprendimento perduti. I quindicenni di oggi, in altre parole, leggono e comprendono come facevano i tredicenni di quattordici anni fa. Non si tratta soltanto di velocità o fluidità: le competenze più colpite sono quelle più preziose nell’era contemporanea, ovvero la capacità di valutare criticamente le informazioni, di stabilire connessioni tra fonti diverse e di sostenere un ragionamento articolato. I casi di «lettura frettolosa» — studenti che scorrono rapidamente un testo senza comprenderlo davvero — sono quasi raddoppiati tra il 2018 e il 2025, raggiungendo il 9% del campione. Il calo riguarda anche la matematica, con una perdita di 22 punti, e le scienze, seppur in misura più contenuta; ma è nella lettura che il regresso si manifesta con la maggiore intensità.

L’Italia non fa eccezione, pur posizionandosi leggermente al di sopra della media OCSE. In un decennio il nostro Paese ha perso circa dieci punti, l’equivalente di mezzo anno scolastico per ciascuno studente. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha scelto di leggere questo risultato come un motivo di soddisfazione, sottolineando che l’Italia «diventa punto di riferimento rispetto a un contesto certamente difficile». Poco più di tre studenti su quattro raggiungono almeno il livello minimo di competenza, e questo basterebbe, secondo il governo, a qualificare il sistema scolastico italiano come virtuoso. È una lettura che lascia perplessi: celebrare il fatto di arretrare meno degli altri non equivale ad affrontare le ragioni strutturali del declino, né a immaginare politiche capaci di invertirlo. Il dibattito sulle cause, invece, è vivace in tutto l’Occidente, e converge con crescente determinazione verso un imputato principale: la diffusione massiva di smartphone e social network tra i giovani.

Lo psicologo Giuseppe Lavenia, presidente dell’associazione Di.Te che si occupa di dipendenze tecnologiche, descrive un meccanismo preciso. Gli smartphone, con il loro flusso ininterrotto di notifiche, messaggi e contenuti algoritmici, hanno progressivamente eroso la capacità di mantenere l’attenzione su un singolo oggetto per un tempo prolungato. «Come stima», spiega Lavenia, «circa 8 studenti su 10 probabilmente soffrono di disturbi dell’attenzione, anche se cifre ufficiali non esistono». I ragazzi non hanno smesso di leggere, ma lo fanno in modo superficiale, senza approfondire, senza sostare dentro un testo lungo e complesso. La comprensione autentica richiede attenzione sostenuta, memoria di lavoro e la capacità di ignorare gli stimoli irrilevanti: tutte facoltà che l’ecosistema digitale contemporaneo non allena, ma sistematicamente indebolisce. A sostegno di questa tesi, Lavenia cita una ricerca pubblicata nel 2026 sulla rivista Nature Human Behaviour, condotta dall’Università Bicocca, dall’Università di Brescia e dal Centro Studi Socialis su oltre cinquemila studenti italiani, che associa l’accesso precoce ai social media a risultati scolastici più bassi in italiano e in matematica. Una meta-analisi del 2025, su quasi 470.000 partecipanti, aggiunge un ulteriore tassello: la lettura digitale ricreativa contribuisce assai poco allo sviluppo della comprensione testuale. Dati importanti, avverte lo stesso Lavenia, anche se non dimostrano che lo smartphone sia l’unica causa del fenomeno.

Se gli smartphone e i social hanno aperto la prima breccia, l’intelligenza artificiale rischia ora di allargarla in modo forse irreversibile. Il 46% degli studenti nei Paesi OCSE — quasi uno su due — utilizza chatbot basati sull’IA almeno una volta a settimana per lo studio. In Italia, il 39% li impiega per condurre ricerche e il 36% per redigere riassunti, percentuali superiori alla media internazionale. Quasi uno studente su tre — il 30% — affida a un sistema di intelligenza artificiale la stesura di bozze di testi scritti. La tentazione è comprensibile: invece di leggere decine di pagine, perché non chiedere al chatbot una sintesi rapida e indolore? Il problema è che questa scorciatoia svuota di senso l’esercizio intellettuale, privandolo di quella fatica produttiva che è la vera sostanza dell’apprendimento. I dati OCSE confermano che, in scienze, gli studenti che utilizzano i chatbot per studiare ottengono risultati inferiori di 20 punti rispetto a chi non li usa.

La ricerca più inquietante sul tema porta la firma della ricercatrice Natalia Kosmyna del MIT e si intitola emblematicamente «Your Brain on ChatGPT». L’esperimento ha coinvolto tre gruppi di partecipanti a cui era stato assegnato il compito di redigere un testo argomentato: il primo gruppo poteva avvalersi di ChatGPT, il secondo di un motore di ricerca tradizionale, il terzo non disponeva di alcun supporto tecnologico. I risultati sono stati netti: chi ha utilizzato l’intelligenza artificiale ha mostrato una connettività neurale inferiore del 55% rispetto a chi ha lavorato in autonomia. Pochi minuti dopo aver completato il testo, l’83% dei partecipanti del gruppo IA non era in grado di ricordare neppure una riga di quanto prodotto. E quando a questi stessi partecipanti è stato chiesto di scrivere senza l’ausilio del chatbot, l’attività cerebrale non è tornata ai livelli di partenza. I ricercatori parlano esplicitamente di «debito cognitivo»: una condizione in cui la delega sistematica alle macchine non libera energie mentali, ma le atrofizza progressivamente.

L’accademico americano Tyler Jagt ha sintetizzato questa dinamica in un articolo dal titolo lapidario: «I miei studenti non sanno leggere». La sua tesi è che affidare la difficoltà a un chatbot non prepara gli studenti a compiti intellettualmente più elevati, ma li priva della possibilità stessa di sviluppare le competenze necessarie per qualsiasi forma di lavoro cognitivo significativo. Il regresso nella lettura, scrive Jagt, non è più un aneddoto o una percezione soggettiva: è un crollo misurabile, generazionale, persistente e probabilmente destinato ad aggravarsi. La posta in gioco, in fondo, non è soltanto il rendimento scolastico di una coorte di quindicenni. È la capacità delle nostre società di formare cittadini in grado di leggere criticamente la realtà, di valutare le informazioni, di resistere alla manipolazione. Competenze che le istituzioni democratiche, il mercato e lo Stato di diritto presuppongono nei propri cittadini, e che nessun algoritmo potrà mai sostituire.

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