La Corte Suprema degli Stati Uniti boccia il decreto di Trump sullo ius soli: il XIV Emendamento resta intoccabile

Era il primo giorno del suo ritorno alla Casa Bianca quando Donald Trump appose la firma su un ordine esecutivo destinato a riscrivere uno dei principi fondativi della cittadinanza americana. Quel gesto, carico di simbolismo politico, si è però scontrato con il muro della Costituzione.

Una maggioranza che attraversa gli schieramenti

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato l’ordine esecutivo con cui il presidente Trump intendeva porre fine allo ius soli, ovvero il diritto alla cittadinanza americana riconosciuto a chiunque nasca sul suolo degli Stati Uniti. Una maggioranza di cinque giudici ha stabilito che il provvedimento violava il XIV Emendamento della Costituzione, quella disposizione adottata nel 1868 che sancisce in modo esplicito come “tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono”.

A comporre questa maggioranza sono stati il presidente della Corte, John Roberts, insieme alle giudici Sonia Sotomayor, Elena Kagan, Amy Coney Barrett e Ketanji Brown Jackson. Un allineamento che attraversa le tradizionali divisioni ideologiche del collegio, segno della solidità giuridica su cui poggia la decisione. Il giudice Brett Kavanaugh ha condiviso l’esito finale, pur precisando in un testo separato di non ritenere che l’ordine violasse direttamente il XIV Emendamento, riconoscendo tuttavia che esso “contrasta con una legge federale”. I giudici Clarence Thomas, Neil Gorsuch e Samuel Alito hanno invece presentato opinioni dissenzienti.

Il contenuto del decreto e il suo fondamento giuridico contestato

L’ordine esecutivo, firmato nel gennaio 2025 all’inizio del secondo mandato presidenziale, stabiliva che, trascorsi trenta giorni dalla sua entrata in vigore, i bambini nati negli Stati Uniti non avrebbero più acquisito automaticamente la cittadinanza alla nascita qualora i genitori si trovassero nel Paese in modo irregolare o con un visto soltanto temporaneo. Una misura che si inseriva nella più ampia strategia dell’amministrazione Trump volta a imporre restrizioni tanto all’immigrazione regolare quanto a quella irregolare.

La Casa Bianca aveva sostenuto una lettura storica assai controversa: il XIV Emendamento, secondo questa tesi, sarebbe stato concepito esclusivamente per garantire la cittadinanza agli ex schiavi liberati dopo la Guerra civile, e non avrebbe mai inteso estendere tale diritto ai figli degli immigrati. La Corte ha respinto questa interpretazione con nettezza, ribadendo che oltre un secolo di giurisprudenza costituzionale conduce inequivocabilmente nella direzione opposta.

Nella motivazione della decisione di maggioranza, il presidente Roberts ha scritto con chiarezza: “I bambini nati negli Stati Uniti da genitori presenti illegalmente o temporaneamente sono soggetti alla giurisdizione degli Stati Uniti e sono cittadini dalla nascita ai sensi della disposizione sulla cittadinanza del XIV Emendamento.” Ha aggiunto, con una riflessione dal respiro più ampio: “La cittadinanza, allora come oggi, era il diritto di avere diritti, di partecipare liberamente alla nostra comunità politica. Coloro che elaborarono il Quattordicesimo Emendamento hanno esteso quella promessa a ogni persona nata libera in questo Paese.”

Il “birth tourism” e la reazione di Trump

Il verdetto colpisce uno dei temi centrali della campagna elettorale di Trump. Il presidente aveva a lungo sostenuto che lo ius soli incentivasse il cosiddetto “birth tourism”, ovvero la pratica di recarsi negli Stati Uniti appositamente per partorire e garantire così la cittadinanza americana al nascituro, e che esso consentisse ai figli degli immigrati irregolari di ottenere automaticamente uno status giuridico privilegiato. Argomenti che hanno trovato ampio spazio nel dibattito politico interno, ma che sul piano costituzionale si sono rivelati privi di fondamento sufficiente a giustificare una revisione per via esecutiva.

La risposta di Trump non si è fatta attendere. In un post pubblicato su Truth Social, il presidente ha commentato una serie di decisioni della Corte Suprema affermando che “la Corte Suprema ha confermato lo ius soli. È un male per il nostro Paese, ma possiamo facilmente rimediare con una legge approvata dal Congresso.” Un’apertura verso la via legislativa che, tuttavia, richiederebbe un consenso parlamentare ben più ampio e articolato di quanto un semplice ordine esecutivo possa garantire.

Le implicazioni per lo Stato di diritto

Al di là della specifica questione migratoria, questa sentenza riafferma un principio che le democrazie liberali considerano irrinunciabile: il potere esecutivo non può riscrivere la Costituzione attraverso un decreto. Il XIV Emendamento ha resistito a oltre centocinquant’anni di trasformazioni sociali e politiche proprio perché incarna una promessa universale, non negoziabile per via amministrativa. Per imprenditori, professionisti e cittadini che guardano agli Stati Uniti come a un partner strategico e a un modello istituzionale, la tenuta di questa architettura giuridica rappresenta una garanzia di stabilità che vale ben oltre i confini di un singolo dibattito sull’immigrazione.

Restano, sullo sfondo, le storie concrete di migliaia di famiglie che nei mesi scorsi hanno vissuto nell’incertezza, sospese tra un decreto presidenziale e la tutela costituzionale. Per loro, la sentenza della Corte Suprema non è soltanto una questione di diritto astratto: è la conferma che alcune promesse, scritte nel testo fondamentale di una nazione, continuano ad avere forza e significato.

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