Ceuta, Dolors Montserrat (PPE): «L’emergenza migratoria non è risolta. In gioco l’integrità dell’Europa»

Due ministri del governo spagnolo che rifiutano di presentarsi a un vertice al Parlamento europeo sull’immigrazione. È con questo episodio, emblematico quanto rivelatore, che Dolors Montserrat, segretaria generale del Partito Popolare Europeo ed ex ministra della Salute in Spagna, apre il suo ragionamento sulla crisi di Ceuta. «Questo dimostra la totale mancanza di volontà di collaborare di Sánchez», afferma con nettezza. Un giudizio che non nasce dall’ideologia, ma dall’osservazione di fatti concreti che interpellano l’intera architettura istituzionale dell’Unione Europea.

Montserrat tiene innanzitutto a sgombrare il campo da un equivoco: non esiste, a livello europeo, una frattura tra Popolari e Socialisti sulla gestione dei flussi migratori. La lettera firmata da ventidue leader europei è stata sottoscritta anche dalla premier danese, socialdemocratica, e dal primo ministro di Malta, laburista. «Il problema è Pedro Sánchez», precisa la parlamentare. Il Patto europeo sull’immigrazione è entrato in vigore a giugno, e il premier spagnolo avrebbe avuto l’obbligo politico e giuridico di applicarlo. Invece, ciò che è accaduto a Ceuta ha mostrato al mondo intero le conseguenze di quella inerzia.

La crisi di Ceuta, con l’ingresso irregolare di circa sessantamila persone provenienti dal Marocco, non va letta come una semplice emergenza umanitaria. Montserrat usa parole precise: «Non è stata solo una crisi migratoria, è stata una crisi di sicurezza nazionale, una vera invasione che ha messo in pericolo la sovranità e l’integrità territoriale dell’Europa e della Spagna». I servizi segreti spagnoli avevano allertato il governo con anticipo, segnalando la concentrazione di migliaia di persone nel Nord del Marocco. Il governo non ha ascoltato, non ha agito. La responsabilità, secondo Montserrat, è inequivocabilmente di Madrid.

A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta la decisione del governo Sánchez di regolarizzare cinquecentomila immigrati irregolari presenti in territorio spagnolo. Una scelta che, nelle parole della parlamentare, ha prodotto un classico effetto chiamata: «Molti si sono mossi verso il Nord del Marocco con l’idea: appena c’è la possibilità, entriamo». Le conseguenze sono state più ampie del previsto. Un rapporto della Polizia Nazionale spagnola, ripreso dai principali quotidiani del Paese, ha stimato che il numero reale degli irregolari attratti dalla sanatoria potrebbe superare i due milioni, con persone spostatesi anche dalla Francia e da altri Paesi europei nella speranza di beneficiare del provvedimento. Un fenomeno che, inevitabilmente, ha alimentato le reti criminali del traffico di esseri umani.

Oggi, a crisi formalmente rientrata nei numeri, rimangono aperti nodi cruciali. Circa cinquemila migranti si trovano ancora a Ceuta, nascosti nella riserva naturale, senza che le autorità spagnole abbiano comunicato alcun piano credibile per gestirne la presenza. «Non sappiamo nulla di loro, non sappiamo se abbiano precedenti penali», sottolinea Montserrat. Quasi certamente non si tratta di cittadini marocchini, bensì di persone provenienti dal Sahel, che hanno attraversato il Marocco come Paese di transito. Ed è proprio qui che si colloca una richiesta precisa: il Marocco, classificato come Paese terzo sicuro nel Patto migratorio, ha l’obbligo di riaccogliere queste persone. «Dobbiamo riportare Ceuta allo stato in cui si trovava prima dell’invasione: tutti fuori, tutti via». La posta in gioco è alta, anche perché una nuova allerta è già stata segnalata per il 15 agosto.

Sul rapporto con i Paesi del Nord Africa, Montserrat non ammette ambiguità. Il Marocco riceve ingenti fondi dall’Unione Europea ed è vincolato da accordi che implicano il rispetto della sovranità territoriale europea. «Ci sono due versanti della frontiera: quello europeo-spagnolo non ha fatto nulla, ma anche quello marocchino ha lasciato passare decine di migliaia di immigrati», osserva. L’Europa ha bisogno di immigrazione, riconosce la parlamentare, ma di un’immigrazione ordinata, vincolata a un contratto di lavoro e al rispetto delle leggi europee. Il canale legittimo è quello consolare, nei Paesi d’origine, non quello degli sbarchi sulle coste italiane, spagnole o greche. Un principio già sancito nel Patto migratorio, che attende però di essere tradotto in pratica.

Sul piano operativo, Montserrat chiede che tutti gli strumenti dell’Unione Europea vengano dispiegati lungo le frontiere esterne meridionali: Frontex, Europol, e ogni altro mezzo disponibile, da Ceuta e Melilla fino alle Canarie — divenute negli ultimi anni, ricorda, «la rotta più pericolosa del mondo» — passando per la Grecia e l’Italia. «Se un governo non li richiede, dobbiamo inviarli noi da Bruxelles», afferma con determinazione. Un’affermazione che suona come un richiamo alla responsabilità collettiva dell’Unione, prima ancora che come una critica al singolo governo nazionale.

Infine, sulla decisione italiana di sospendere temporaneamente Schengen e ripristinare i controlli sugli arrivi dalla Spagna, il giudizio di Montserrat è netto e privo di polemica: «L’Italia sta facendo il suo dovere: protegge i propri confini». È la logica conseguenza di un sistema in cui, se uno Stato membro non presidia le frontiere esterne comuni, gli altri sono costretti a supplire con misure interne. La soluzione strutturale, tuttavia, non può essere la frammentazione dello spazio Schengen, ma l’imposizione a Madrid di rispettare gli obblighi che le competono. L’Europa funziona quando ciascuno fa la propria parte. Quando questo non accade, il costo ricade su tutti.

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