Iran, lo stretto di Hormuz e il nucleare: perché la crisi non è risolta

Donald Trump ha annunciato di aver rinunciato a una nuova ondata di bombardamenti contro l’Iran, almeno per il momento. La dichiarazione, diffusa via social, ha colto di sorpresa alleati e avversari: il presidente degli Stati Uniti ha affermato di essersi fermato su richiesta di Teheran «e di altri Paesi del Medio Oriente», ponendo però come condizione il raggiungimento di «un rapido accordo» sulla totale apertura dello Stretto di Hormuz e sulla fine della minaccia nucleare iraniana. Una formulazione vaga, che lascia aperti interrogativi fondamentali sulla reale portata di questo stop.

Secondo quanto ricostruito da Axios, un ruolo determinante sarebbe stato svolto da Mohammed bin Salman. Prima di pubblicare il suo annuncio su Truth, Trump avrebbe telefonato al principe saudita, fortemente preoccupato per un’escalation capace di travolgere anche le monarchie del Golfo. Richieste analoghe sarebbero arrivate da Qatar — probabilmente decisivo nelle ultime ventiquattro ore — oltre che da Pakistan e Turchia. Più ambigua, invece, la posizione degli Emirati Arabi Uniti: secondo Axios avrebbero chiesto alla Casa Bianca di evitare i raid, mentre il Wall Street Journal riferisce pressioni in senso opposto, ovvero per intensificare l’azione militare contro Teheran.

La geometria diplomatica che emerge è quella di un’area regionale frammentata, dove gli interessi dei singoli attori divergono sensibilmente anche all’interno dello stesso schieramento.

Nonostante lo stop dichiarato da Trump, la tensione rimane elevata. L’emittente israeliana Channel 12 ha riferito che neppure il governo di Benjamin Netanyahu era stato informato della decisione finale. Le forze armate israeliane restano in stato di allerta, consapevoli che la situazione potrebbe mutare in poche ore e coinvolgere direttamente Tel Aviv. Il Wall Street Journal segnala che i Pasdaran starebbero valutando la possibilità di lanciare attacchi preventivi in caso di fallimento del negoziato, senza attendere ulteriori mosse americane o israeliane. Per gli analisti citati dal Financial Times, è ormai Teheran a dettare i tempi del confronto.

Non è casuale, in questo senso, la reazione iraniana al post di Trump. L’Iran ha smentito di aver mai chiesto di fermare i raid. Ebrahim Zolfaghari, portavoce del Khatam al-Anbiya — il comando unificato del regime — ha addirittura attribuito lo stop americano a «l’esaurimento dei vostri sistemi di difesa aerea e delle vostre attrezzature operative nella regione»: un’affermazione che tocca un punto sensibile, da tempo oggetto di discussione interna al Pentagono e alla Casa Bianca.

Sul fronte negoziale, la situazione non è più rassicurante. Non risultano progressi concreti sul dossier nucleare. Alcune indiscrezioni di fonte israeliana parlano di trattative su un nuovo cessate il fuoco, su una riapertura di Hormuz per sessanta giorni senza pedaggi e sulla riattivazione di un memorandum d’intesa. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha tuttavia chiarito che lo Stretto «non tornerà mai alla situazione prebellica». Una posizione di principio che rende ogni accordo tecnico strutturalmente precario.

È arrivata inoltre una secca smentita da Teheran alla notizia di un’intesa mediata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che avrebbe previsto un regime di transito differenziato: le navi in entrata nel Golfo Persico per la rotta iraniana, quelle in uscita per quella controllata dall’Oman. Muscat e Teheran sembrerebbero comunque avanzare verso un accordo bilaterale su un nuovo corridoio marittimo. Lo stesso Araghchi ha parlato di una trattativa «nelle fasi finali».

Rimane però un nodo politico centrale: senza concessioni chiare a Washington, Trump potrebbe invertire nuovamente la rotta — questa volta non per fermare i raid, ma per autorizzarli. La logica transazionale che guida la Casa Bianca impone risultati verificabili, e l’ambiguità attuale difficilmente potrà reggere a lungo sotto la pressione di un’amministrazione che misura la diplomazia in termini di accordi firmati, non di dichiarazioni di principio.

La crisi intorno all’Iran non è risolta. È sospesa.

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