L’aula di Montecitorio, con la sua solennità istituzionale e il peso delle cifre che gravano sul bilancio nazionale, è stata ieri il palcoscenico di uno scontro politico tanto tecnico quanto simbolico. Durante il Question Time, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è trovato a dover giustificare la posizione dell’Italia ancora soggetta alla procedura d’infrazione europea per deficit eccessivo, un risultato mancato per un margine sottilissimo che ha scatenato le critiche delle opposizioni e riaperto il dibattito sulla gestione dei conti pubblici.
Giorgetti ha scelto di puntare il dito sul Superbonus come principale fattore distorsivo del rapporto debito/PIL, invitando l’assemblea a «depurare il dato del debito pubblico dalle rate di cassa del Superbonus». L’argomento non è privo di fondamento contabile: il meccanismo di detrazione fiscale introdotto durante la pandemia ha generato oneri pluriennali che continuano a pesare sui bilanci statali ben oltre la loro approvazione originaria. Tuttavia, proprio questa impostazione ha aperto una crepa politica che l’opposizione non ha esitato ad allargare.
Maria Elena Boschi, deputata di Italia Viva, ha risposto con un’ironia tagliente, osservando che «andarci vicino vale a bocce» quando si parla di obiettivi mancati per lo 0,1%. Ma la sua critica più sostanziale ha colpito nel merito: il problema, ha argomentato Boschi, non risiede in una sottostima della crescita da parte dell’Istat, bensì in una sottostima della spesa da parte del governo, che avrebbe omesso di contabilizzare correttamente alcune voci. La deputata ha poi ricordato a Giorgetti una circostanza scomoda: quando fu presa la decisione di prorogare il Superbonus, lui stesso era ministro nel governo Draghi e non si oppose, mentre i partiti oggi al governo ne avevano addirittura chiesto l’estensione nel loro programma elettorale. Una contraddizione che indebolisce la narrativa del ministro e che merita una risposta più articolata di quanto offerto in aula.
Il secondo fronte dello scontro si è aperto sul tema degli extraprofitti e del costo della vita. Il Movimento 5 Stelle ha chiesto al governo di intervenire con misure concrete contro il caro carburanti e l’aumento dei prezzi al consumo, sollecitando una tassazione straordinaria sugli utili eccezionali delle grandi imprese energetiche. Giorgetti ha risposto evocando un lavoro in corso per trovare un accordo a livello europeo, una risposta che — pur non priva di logica istituzionale, considerata la dimensione sovranazionale del mercato energetico — è apparsa ai deputati pentastellati come un rinvio senza garanzie. Il deputato Leonardo Donno ha attaccato duramente, sottolineando che le famiglie italiane pagano il caro carburanti due volte: direttamente al distributore e indirettamente al supermercato, attraverso l’aumento dei costi di trasporto delle merci, un effetto a cascata che erode il potere d’acquisto delle fasce più vulnerabili della popolazione.
Ciò che emerge da questa seduta parlamentare è un quadro in cui le difficoltà tecniche della finanza pubblica si intrecciano con le responsabilità politiche di stagioni governative diverse, rendendo arduo per chiunque rivendicare una posizione di piena coerenza. La procedura d’infrazione europea rappresenta un vincolo reale, non una formalità burocratica: impone all’Italia un percorso di aggiustamento che richiede scelte difficili e, soprattutto, una visione di lungo periodo capace di andare oltre lo scaricabarile tra maggioranze passate e presenti. Le istituzioni europee osservano, i mercati registrano, e i cittadini — quelli che fanno la spesa e fanno il pieno — attendono risposte che vadano oltre il Question Time.

