La pressione militare russa ai confini dell’Europa non si attenua.
Tutto ha preso forma, nelle settimane precedenti, con una serie di episodi apparentemente frammentati ma che, osservati nel loro insieme, disegnano un quadro coerente e inquietante. Gli Eurofighter italiani, impegnati nella missione di sorveglianza dello spazio aereo baltico, hanno prima abbattuto un drone armato con ordigni esplosivi in Lituania, poi intercettato due caccia russi che avevano violato il medesimo spazio aereo. Erano segnali, non incidenti isolati.
Nelle settimane successive, la situazione si è ulteriormente complicata. In Germania, un drone con carico esplosivo era stato individuato nell’aeroporto di Lipsia, episodio che ha scosso le cancellerie europee ben oltre i confini tedeschi. In Polonia, le autorità hanno sospeso temporaneamente l’attività degli aeroporti di Lublino e Rzeszów per consentire alle forze armate di condurre voli di difesa preventiva dello spazio aereo, proprio mentre era in corso un’ondata di attacchi russi contro l’Ucraina. Ogni singolo episodio, preso da solo, potrebbe sembrare gestibile; nella loro progressione, configurano qualcosa di sistematico.
È in questo contesto che, ieri a Copenaghen, in coincidenza con la riunione del Comitato Militare della NATO, le autorità danesi hanno transennato il tratto di strada antistante l’ambasciata americana dopo l’individuazione di droni non identificati nei pressi dell’edificio. La capitale danese, sede di vertici istituzionali di primo piano, si è trovata a fare i conti con una minaccia che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata fantapolitica.
Poche ore dopo, a Parigi, il presidente francese Emmanuel Macron ha convocato all’Eliseo un vertice straordinario con tutti i principali candidati alle prossime elezioni presidenziali, scegliendo deliberatamente un formato bipartisan per sottolineare la natura non partitica della sfida. «Gli attacchi ibridi russi non resteranno senza risposta», ha dichiarato Macron, aggiungendo che quanto accaduto a Lipsia «potrebbe avvenire in qualsiasi altra città europea. Nessuno è al sicuro». Il presidente francese ha richiamato la necessità di un piano strutturato per «proteggere le infrastrutture critiche dagli attacchi ibridi e informatici russi», sottolineando che «la natura dell’aggressività russa e delle minacce in Europa sta cambiando». La continuità del sostegno all’Ucraina, ha precisato, non è una scelta ideologica ma una necessità strategica: «Se vogliamo pace e sicurezza durature, dobbiamo continuare quello che stiamo facendo in Ucraina».
In serata, la risposta di Vladimir Putin non si è fatta attendere. In un intervento pubblico, il presidente russo ha liquidato le dichiarazioni europee come un tentativo di «salvare il proprio prestigio in caduta libera», sostenendo che gli elettori del continente non vogliono la guerra e che Kiev, pur parlando di negoziati, farebbe di tutto per impedirli. Ha inoltre annunciato che la Russia «migliorerà la difesa aerea per distruggere le armi spaziali», in un’escalation retorica che rispecchia la pressione interna cui Mosca è sottoposta.
Quella pressione interna si misura anche nelle urne. In Russia si svolgono in questi giorni le elezioni della Duma, appuntamento che Putin utilizza per consolidare il consenso attorno a una guerra che si trascina ormai da quattro anni e mezzo. L’esito del voto è ampiamente scontato; ciò che conta, politicamente, è il dato dell’affluenza. La giornata elettorale è stata però turbata: a Sochi le operazioni di voto si sono interrotte temporaneamente a causa di un attacco di droni ucraini. Il ministero della Difesa russo ha comunicato che la propria contraerea ha abbattuto 629 droni ucraini lanciati su quattordici regioni. Per la prima volta, si vota anche nelle quattro regioni ucraine annesse dalla Russia, in un atto che la comunità internazionale non riconosce.
Sul campo, nel frattempo, l’esercito ucraino ha avviato una nuova fase offensiva, denominata Operazione Vivaldi. Secondo quanto riferito da Ukrainska Pravda, il 3° Corpo d’armata ucraino ha dichiarato di aver inflitto perdite significative all’unità d’élite di droni russi denominata Rubicon, nella parte settentrionale dell’oblast di Donetsk, costringendo il comando russo a ritirarla dal fronte Lyman-Borova. L’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ha nel frattempo confermato che un drone ha colpito la torre di raffreddamento di un’unità reattore della centrale nucleare di Kursk, in territorio russo, episodio di straordinaria gravità sul piano della sicurezza nucleare.
Gli attacchi russi sull’Ucraina, tuttavia, non si sono fermati. A Odessa è stato colpito il centro cittadino con la tecnica del doppio bombardamento, quella che prende deliberatamente di mira anche i soccorritori intervenuti dopo il primo impatto: dieci persone sono rimaste ferite. A Balakliia, nell’oblast di Kharkiv, un attacco russo ha causato due vittime, come confermato dal responsabile dell’amministrazione militare locale, Vitalii Karabanov. Nella notte, nuovi bombardamenti hanno raggiunto anche Kiev.
In questo scenario di guerra che non trova sbocchi, la prospettiva negoziale appare sempre più remota. Una ricostruzione del Kyiv Independent ha messo in luce un elemento inatteso: tanto Kiev quanto Mosca esprimerebbero una crescente frustrazione nei confronti del processo di pace mediato dagli Stati Uniti e, in particolare, nei confronti dell’inviato di Donald Trump, Steve Witkoff. Un mediatore sgradito a entrambe le parti è, forse, il segnale più eloquente di quanto la strada verso un accordo sia ancora lunga.

