Ex Ilva: il governo prepara misure straordinarie per i lavoratori dell’indotto mentre si avvicina lo stop dell’area a caldo

Lo spegnimento degli altoforni si avvicina. Con la scadenza fissata dalla Corte d’Appello di Milano entro la fine di ottobre, le procedure tecniche di arresto dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto potrebbero prendere avvio già nelle prossime ore, aprendo una fase delicata per migliaia di lavoratori e per l’intero tessuto produttivo della città.

Cosa sta preparando il governo?

L’esecutivo è al lavoro per mettere a punto un decreto straordinario orientato alla tutela dei lavoratori dell’indotto, che potrebbe articolarsi attraverso il ricorso alla cassa integrazione, misure di accompagnamento alla ricollocazione e la creazione di nuovi posti di lavoro nel territorio tarantino. Il provvedimento sarà al centro di un nuovo incontro con i sindacati a Palazzo Chigi, convocato per mercoledì — il ventesimo tavolo sulla vertenza dal 23 ottobre 2023 — proprio per sfruttare il tempo residuo e definire con maggiore precisione gli strumenti di intervento.

Fonti vicine ai commissari straordinari chiariscono che il governo «ha più volte ribadito la propria disponibilità a supportare i player interessati all’ex Ilva», aggiungendo tuttavia che «finché non si palesano le offerte non si potrà parlare di partecipazione dello Stato». Sul fronte delle cessioni, si apre intanto la possibilità di un’offerta da parte di una cordata italiana, attesa nelle prime settimane di ottobre, ma orientata esclusivamente sull’area a freddo dello stabilimento.

Quali sono le richieste che arrivano dal territorio?

Le istanze provenienti da Taranto e dalla Puglia vanno ben oltre la gestione dell’emergenza immediata. Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, ha chiesto esplicitamente l’adozione di una legge speciale per Taranto, all’interno della quale sia definita un’«Agenda Taranto» capace di coniugare la tutela dei livelli occupazionali con la necessità di mantenere un impianto siderurgico in città, nell’ottica di salvaguardare il lavoro anche nel medio e lungo periodo.

Il presidente della Provincia di Taranto, Gianfranco Palmisano, ha ribadito che il nodo centrale resta quello di un piano industriale credibile, articolato su orizzonti temporali chiari, che ponga la tutela dei lavoratori come priorità assoluta. Palmisano ha inoltre definito «ormai superata» la questione delle garanzie finanziarie relative a rifiuti e discariche, già affrontata in uno dei precedenti incontri romani sulla vertenza.

I sindacati — Fim, Fiom, Uilm e Usb — puntano a ottenere dal governo un nuovo blocco dei licenziamenti, riprendendo una linea di richiesta già avanzata in più occasioni nelle ultime settimane.

Cosa cambia dopo la decisione della magistratura milanese?

La conferma da parte dei giudici milanesi dell’obbligo di fermare l’area a caldo entro la fine di ottobre rappresenta un punto di non ritorno. L’avvocato Ascanio Amenduni, che ha promosso l’azione inibitoria avviata da undici cittadini aderenti all’associazione Genitori Tarantini — azione sfociata poi nel decreto della Corte — ha esortato il governo a «fare di più», invocando misure speciali per chi ha subito per decenni l’esposizione alle emissioni nocive dello stabilimento.

Secondo il legale, il verdetto definitivo della Corte d’Appello di Milano «farà cadere ogni alibi alla politica imprenditoriale e governativa sull’Ilva e spalancherà la strada a una ricollocazione lavorativa in un contesto più sano e salubre». Una lettura che, al di là delle posizioni processuali, pone con forza il tema della responsabilità sistemica e della necessità di una transizione industriale pianificata.

Come si posizionano le forze politiche?

Il dossier ex Ilva è tornato al centro del dibattito parlamentare. Al Senato, il Movimento 5 Stelle ha chiesto un’informativa urgente alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni sulla vertenza, ricevendo una risposta pressoché immediata da Fratelli d’Italia. Il senatore Gianni Berrino ha precisato che «lo stop dell’area a caldo è arrivato da una decisione della magistratura, non da Palazzo Chigi», sottolineando come «il governo sia intervenuto più volte per sostenere la continuità industriale e occupazionale» e ribaltando le responsabilità storiche su PD e M5S, protagonisti di una vicenda industriale iniziata ben prima dell’attuale esecutivo.

La premier Meloni, nei giorni scorsi, aveva assicurato che il governo continua a operare con il massimo impegno, pur riconoscendo di dover lavorare «con decisioni che non dipendono da noi». Una formula che riflette la complessità istituzionale della situazione, in cui interventi giudiziari, interessi industriali privati e responsabilità pubbliche si intrecciano in modo difficilmente districabile.

Quali sono i prossimi passi concreti?

Il tempo stringe. Le procedure tecniche di spegnimento degli altoforni e delle cockerie devono avviarsi prima della scadenza fissata dai giudici, il che significa che la finestra per decisioni politiche efficaci si è già notevolmente ristretta. La gestione ordinata di questa transizione — nel rispetto delle decisioni giudiziarie, della tutela dei lavoratori e delle regole del mercato — è la misura più concreta della capacità delle istituzioni di essere all’altezza di una crisi complessa.

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