La Fed alza i tassi per la prima volta in tre anni: Warsh sfida Trump e dichiara guerra all’inflazione

Il primo rialzo dal 2023

Era luglio del 2023 l’ultima volta che la Federal Reserve aveva alzato il costo del denaro. Da allora, il Fomc aveva tagliato i tassi sei volte consecutive, per un totale di 175 punti base, inseguendo una normalizzazione che si è rivelata prematura. Quel ciclo si è chiuso il 15 e 16 settembre 2026, quando il board della Fed — riunito per la terza volta sotto la presidenza di Kevin Warsh — ha votato all’unanimità un rialzo di 25 punti base.

Il costo del denaro sale così dalla forchetta tra il 3,50% e il 3,75% a quella tra il 3,75% e il 4%. Una mossa attesa dai mercati, ma non per questo priva di peso politico e simbolico.

La decisione arriva in un contesto macroeconomico che la stessa Fed definisce «solido». L’economia americana si espande a ritmo robusto, la spesa interna mostra resilienza nonostante le incertezze geopolitiche, e il mercato del lavoro regge. Ma l’inflazione non cede abbastanza. Ed è questo il nodo centrale.

Le proiezioni economiche: un percorso lungo e accidentato

Con la riunione di settembre, il Fomc ha pubblicato l’aggiornamento del Summary of Economic Projections, il documento che raccoglie le stime su crescita, disoccupazione e inflazione, oltre al celebre dot-plot. Il quadro che emerge è quello di un’economia in espansione, ma con la stabilità dei prezzi ancora lontana dall’obiettivo.

Il Pil è stimato al 2,3% nel 2026, in leggero rialzo rispetto al 2,2% previsto a giugno, poi al 2,4% nel 2027, al 2,2% nel 2028 e al 2,1% nel 2029. La disoccupazione rimane stabile al 4,1% per tutto il quadriennio.

Quanto ai Fed Funds, il dot-plot indica tassi al 4,1% nel 2026 e nel 2027, in calo al 3,9% nel 2028 e al 3,6% nel 2029. La Fed stessa prevede un ulteriore rialzo entro la fine dell’anno, portando la forchetta tra il 4% e il 4,25%.

Warsh: «Troppo alta da troppo tempo»

In conferenza stampa, Kevin Warsh ha scelto parole nette. «Per cinque anni l’inflazione è rimasta sopra il target del 2%», ha dichiarato il presidente della Fed. «Troppo alta da troppo tempo.» La decisione unanime del Fomc, ha aggiunto, «dimostra la volontà del Comitato di combattere il rialzo dei prezzi», nel pieno rispetto del duplice mandato congressuale: mercato del lavoro solido e stabilità dei prezzi.

Warsh ha riconosciuto la resilienza dell’economia. La crescita della produttività è sostenuta, gli investimenti in capitale sono robusti, e l’occupazione avanza di pari passo con la forza lavoro. Ma nessuna di queste buone notizie, ha precisato, può giustificare una politica monetaria accomodante finché l’inflazione non converge verso il 2%.

Lo scontro con Trump

Nel giorno stesso del rialzo, Donald Trump ha pubblicato un messaggio su Truth dal tono inconfondibile. «I tassi di interesse negli Stati Uniti dovrebbero essere dell’1% o meno, perché vantiamo il miglior merito creditizio al mondo — DI GRAN LUNGA», ha scritto il presidente. «ABBASSATE I TASSI DI INTERESSE PER GLI STATI UNITI D’AMERICA, E FATELO IN FRETTA!»

Un giornalista ha chiesto a Warsh quale fosse il suo messaggio per Trump. La risposta è stata diplomatica nella forma, ferma nella sostanza. «Non ho nulla da riferire in merito a eventuali colloqui con il presidente», ha detto Warsh. «Tuttavia, non considererò questa come la sua domanda ufficiale.»

Poi ha aggiunto, senza nominare direttamente la Casa Bianca: «Sono le fasce meno abbienti a trarre i maggiori benefici dalla stabilità dei prezzi. La decisione odierna è quella giusta per adempiere al mandato conferitoci dal Congresso.» Un richiamo all’autonomia istituzionale della Fed, pronunciato con la calma di chi non intende cedere alle pressioni politiche.

Istituzioni che reggono

La vicenda della Fed in questo settembre 2026 racconta qualcosa di più di una semplice mossa di politica monetaria. Racconta la tenuta di un’istituzione che, sotto pressione, sceglie la coerenza con il proprio mandato. La Fed non è infallibile. Ma il fatto che un board guidato da Warsh abbia votato all’unanimità, in controtendenza rispetto alle richieste dell’esecutivo, è un segnale che le istituzioni democratiche possono ancora reggere all’urto del populismo.

Per imprenditori, professionisti e amministratori che operano in un contesto internazionale, il messaggio è chiaro. La lotta all’inflazione non è finita. I tassi resteranno elevati più a lungo del previsto. E la credibilità della banca centrale americana — pilastro dell’ordine economico globale — dipende esattamente da questa capacità di resistere.

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