Un vertice che vale più di una stretta di mano
Sam Altman, Jensen Huang e Tim Cook seduti alla stessa cena di Stato di Xi Jinping. Non è un dettaglio di colore: è la cifra di un incontro che promette di essere qualcosa di più di una passerella diplomatica. Il vertice del 24 settembre tra Donald Trump e il presidente cinese porta sul tavolo dazi, terre rare, semiconduttori, Taiwan, Iran — e soprattutto l’intelligenza artificiale. Per la prima volta, i modelli linguistici e gli agenti autonomi escono dai tavoli tecnici per entrare nel gioco tra capi di Stato.
La scena si prepara con cura su entrambi i fronti. L’amministrazione Trump ha scelto di rinviare a dopo il vertice l’annuncio di nuovi dazi legati alla sovraccapacità produttiva dei partner commerciali, tenendoli in tasca come leva negoziale. Da Pechino, il ministro degli Esteri Wang Yi ha parlato con il segretario di Stato Marco Rubio concordando di preparare le prossime interazioni ad alto livello «nello spirito di uguaglianza, rispetto e reciprocità» — formula diplomatica che, nel lessico cinese, significa anche: Taiwan è fuori discussione.
La delegazione di Xi e il nodo della reciprocità
Chi accompagnerà Xi a Washington racconta già molto delle intenzioni di Pechino. Tra i nomi valutati figurano colossi come BYD, CATL, Xiaomi, Gotion, Hisense, Bank of China e Cofco. Una lista che non è innocente: BYD e CATL compaiono negli elenchi americani delle aziende legate all’apparato militare cinese, le automobili cinesi scontano negli Stati Uniti dazi del 100%, e Washington ha già limitato software e hardware cinesi nei veicoli connessi.
La logica di Pechino è però coerente con il principio di reciprocità invocato: se Trump aveva portato a maggio a Pechino i vertici di Micron e Qualcomm — aziende sotto pressione regolatoria cinese — Xi vuole portare a Washington imprese che chiedono accesso al mercato americano. La Casa Bianca avrebbe respinto l’ipotesi di una vera tavola rotonda tra CEO americani e cinesi, ma la presenza di Altman, Huang e Cook alla cena di Stato segnala che il confine tra diplomazia e industria tecnologica è ormai sottilissimo.
La tregua commerciale che scade e i dossier aperti
Sul fronte commerciale, l’obiettivo minimo è evitare di tornare alla guerra dei dazi. La tregua raggiunta lo scorso anno scade il 10 novembre: Washington cerca nuove licenze cinesi per le terre rare e progressi sul Board of Trade, mentre Pechino punta a limitare o rinviare le nuove restrizioni americane alla tecnologia. Si discuterà anche di acquisti cinesi di Boeing, prodotti agricoli ed energia, e di un possibile pacchetto di riduzioni tariffarie reciproche su circa 30 miliardi di dollari di scambi.
Il Peterson Institute for International Economics descrive lo scenario più plausibile non come una svolta, ma come la prosecuzione di una «uncomfortable truce»: Washington non abbandonerà i controlli sui chip più avanzati e Pechino non rinuncerà alla leva delle materie prime critiche. Scott Bessent, che domenica incontrerà a New York il vicepremier He Lifeng per preparare il summit, ha dichiarato che sull’AI gli Stati Uniti sono disponibili a discutere con la Cina di «shared risks» — rischi condivisi — e persino a evitare una completa biforcazione dei due ecosistemi tecnologici.
Il dilemma del prigioniero applicato agli algoritmi
Trump ha respinto nei giorni scorsi l’idea di rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, sostenendo che qualsiasi frenata americana finirebbe per avvantaggiare Pechino. Il problema fondamentale è lo stesso che divide i laboratori privati: tutti possono preferire un mondo in cui nessuno corre verso sistemi incontrollabili, ma nessuno vuole essere l’unico a rallentare. È il classico dilemma del prigioniero applicato alla geopolitica tecnologica.
La complicazione ulteriore è che per Washington e Pechino «sicurezza» non significa la stessa cosa. Nel dibattito americano dominano la perdita di controllo dei modelli, gli agenti autonomi, il bioterrorismo, le cybercapacità e — nelle versioni più estreme — il rischio esistenziale per l’umanità. A Pechino la sicurezza comprende molto più esplicitamente la stabilità politica, la lotta alla disinformazione, il controllo ideologico e la capacità del Partito comunista di governare la tecnologia. Due vocabolari che si sovrappongono solo in parte.
Dal punto di vista cinese, è difficile considerare neutrale la richiesta americana di frenare i modelli quando quella stessa richiesta si accompagna a proposte per irrigidire i controlli sui chip e impedire alle aziende cinesi di utilizzare la distillation — l’uso dei modelli occidentali per addestrare DeepSeek, Alibaba e gli altri grandi modelli linguistici asiatici. Non sorprende che il Global Times, testata controllata dallo Stato cinese, abbia definito le proposte di Dario Amodei come un «manuale della Guerra Fredda»: sotto la veste della sicurezza, l’obiettivo sarebbe congelare il vantaggio americano e contenere la Cina.
Il problema matematico dell’asimmetria
C’è anche una questione aritmetica che rende ogni accordo strutturalmente difficile. Gli Stati Uniti dispongono ancora di una maggiore capacità di calcolo di frontiera e di un vantaggio nei semiconduttori più avanzati. Per Pechino, accettare limiti quantitativi prima di aver raggiunto una posizione comparabile rischia di sembrare non un accordo di controllo degli armamenti, ma il riconoscimento permanente della superiorità dell’avversario. Bill Bishop, autore di Sinocism e tra gli osservatori più autorevoli della politica cinese, ha abbassato drasticamente le aspettative: se Washington stessa non intende rallentare l’AI, le possibilità che Pechino accetti qualcosa di simile diventano ancora più ridotte.
Era già accaduto con il nucleare. La Cina ha sempre mostrato scarsa disponibilità a entrare in accordi di riduzione delle armi atomiche con Washington e Mosca finché il suo arsenale era molto più piccolo. La storia si ripete con una tecnologia diversa ma con la stessa geometria di potere.
La lezione della Guerra Fredda: iniziare dal poco
Il paragone con la corsa agli arsenali nucleari del Novecento è inevitabile, anche se i tempi non tornano perfettamente. L’America arrivò all’atomica nel 1945, l’Unione Sovietica nel 1949. Bisogna aspettare l’ottobre del 1962 — la crisi dei missili di Cuba, con la concreta possibilità di una guerra nucleare — perché Kennedy e Krusciov accelerassero davvero i meccanismi di riduzione del rischio. Dopo Cuba arrivarono la hotline Washington-Mosca e, nel 1963, il Limited Test Ban Treaty, primo di una serie di accordi per il rallentamento della corsa nucleare. Il Trattato di non proliferazione fu aperto alla firma nel 1968 ed entrò in vigore nel 1970; nel 1972 arrivarono SALT I e il trattato ABM; nel 1987 l’INF eliminò un’intera categoria di missili, e il 1991 fu l’anno di START I.
La lezione cruciale di quella stagione è spesso dimenticata: americani e sovietici non aspettarono di fidarsi l’uno dell’altro per firmare gli accordi. Lo fecero perché non si fidavano e avevano scoperto quanto fosse pericoloso non possedere strumenti per gestire quella sfiducia. E iniziarono dal poco, non dal massimo. Nel 1963 il grande accordo che avrebbe vietato tutti i test era impossibile da verificare: lasciarono fuori le esplosioni sotterranee e firmarono ciò che potevano controllare.
Cosa suggerisce Brookings: non partire dal trattato
Il think tank Brookings propone di applicare la stessa logica incrementale all’intelligenza artificiale. Il dialogo tra Washington e Pechino dovrebbe iniziare come uno scambio tecnico limitato e non negoziale sui rischi in cui gli interessi delle due potenze coincidono: cyberattacchi, uso dell’AI per le armi, affidabilità dei modelli. Chip, controlli all’export e accesso ai modelli dovrebbero invece rimanere fuori da quel canale, proprio perché trasformerebbero immediatamente il tavolo sulla sicurezza in un negoziato sulla supremazia tecnologica.
Un gruppo di esperti americani e cinesi coinvolti nel dialogo tra Brookings e l’Università Tsinghua ha presentato proposte esplicitamente ispirate al controllo del rischio nucleare: nessuna decisione autonoma dell’AI nelle catene di comando nucleare, controllo umano significativo sui cyberattacchi più sensibili, e una linea diretta tra Washington e Pechino per gli incidenti provocati da sistemi autonomi. C’è già un piccolo precedente: nel 2024 Biden e Xi concordarono sull’importanza di mantenere il controllo umano sulle decisioni relative alle armi nucleari. La questione ora è trasformare quel principio in procedure operative applicabili a sistemi sempre più autonomi.
Il problema della verifica: un missile non si distilla
Resta però un ostacolo che rende tutto dannatamente più complicato rispetto alla Guerra Fredda: la possibilità di verificare gli accordi. Gli arsenali strategici potevano essere contati — testate, bombardieri, missili, silos. Satelliti, ispezioni e telemetria rendevano almeno teoricamente osservabile ciò che l’avversario possedeva.
Con l’AI non è ancora chiaro quale sarebbe l’unità da controllare. Il numero di chip? La potenza di calcolo installata? I gigawatt dei data center? I FLOP utilizzati per il training? Le capacità effettivamente ottenute dal modello? Un algoritmo può essere copiato, modificato, distillato e distribuito in modi che non hanno equivalenti nel mondo dei missili balistici. Per questo i grandi accordi che ipotizzano tetti alla capacità computazionale o moratorie sugli addestramenti si scontrano con una domanda senza risposta: come dimostrare che l’altro li stia rispettando?
Il contesto normativo internazionale non incoraggia l’ottimismo. Il New START, ultimo trattato bilaterale che limitava gli arsenali strategici di Stati Uniti e Russia, è scaduto il 5 febbraio 2026 senza un successore: era l’ultima cornice giuridicamente vincolante sui due Paesi che possiedono circa il 90% delle armi nucleari mondiali. Non è un precedente edificante per chi sogna un grande «START degli algoritmi».
Taiwan, la variabile che può far saltare tutto
E poi c’è Taiwan, la variabile capace di far saltare qualsiasi tentativo di costruire fiducia sull’AI. Pechino sogna che gli Stati Uniti dichiarino di «opporsi» all’indipendenza di Taipei, invece della tradizionale formula secondo cui Washington «non sostiene» l’indipendenza. Trump ha definito una possibile vendita di armi a Taipei da circa 14 miliardi di dollari una «negotiating chip» — una carta negoziale. Proprio nelle ore in cui i diplomatici preparano il vertice, Taiwan ha effettuato per la prima volta esercitazioni congiunte che combinano droni d’attacco con missili antiaerei, antinave e sistemi contro uno sbarco anfibio.
È difficile immaginare un promemoria più eloquente: mentre Washington e Pechino discutono di hotline per gli incidenti causati dall’AI e di controllo umano sulle armi autonome, i due eserciti continuano a prepararsi militarmente all’eventualità di una crisi molto più tradizionale, nel mare che separa il continente dall’isola. Gli algoritmi fanno notizia, ma i missili restano in postazione.

