C’è un piano che non ha bisogno di conferenze stampa. Non genera titoli di debito, non richiede rimborsi, non dipende da Bruxelles. Eppure, mentre il PNRR si avvia verso la sua fase conclusiva, un altro meccanismo — privato, strutturato, capillare — sta ridisegnando la geografia produttiva dell’Italia. Si tratta degli investimenti esteri diretti, coordinati dal Comitato Interministeriale per l’Attrazione degli Investimenti Esteri (CAIE) e dalla sua Segreteria Tecnica presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il portafoglio ha superato i 77 miliardi di euro: 62 progetti attivi, 22 Paesi di origine, 18 settori coinvolti. Capitale che non transita, ma si radica.
Per comprendere la portata del fenomeno, occorre guardare i numeri del PNRR con occhi più critici. Dei 194,4 miliardi complessivi, ben 122,6 sono prestiti da restituire tra il 2028 e il 2056, con circa 67 miliardi di interessi. I 71,8 miliardi di sovvenzioni residue sono finanziati da debito comune europeo, al quale l’Italia contribuisce per il 12-13%, pari a circa 45 miliardi. Il beneficio netto scende così a 25-30 miliardi in sei anni. I 77 miliardi del portafoglio CAIE valgono quasi il triplo e restano interamente al Paese. E il CAIE intercetta soltanto un quinto dei flussi totali: nel 2024 i progetti greenfield annunciati hanno raggiunto 38,6 miliardi di dollari, con un incremento del 36%, mentre le fusioni e acquisizioni si sono avvicinate ai 30 miliardi, raddoppiate nell’anno successivo.
Ogni anno, dunque, affluisce in Italia capitale privato estero in misura paragonabile — se non superiore — all’intero guadagno netto che il PNRR ci lascerà nell’arco di sei anni. Non è un dettaglio contabile. È una questione di modello di sviluppo.
Se il portafoglio attuale si realizzasse entro il decennio, significherebbe 12-15 miliardi l’anno di investimenti aggiuntivi, un contributo di 0,3-0,5 punti di PIL annui, con un impatto cumulato di 1,5-2 punti al 2030. Più della metà dell’effetto stimato per l’intero PNRR — fissato a 3,6 punti al 2026 — con un quarto delle risorse e senza obbligo di restituzione. Il meccanismo si è chiaramente innescato: 7 nuovi progetti nel 2023, 9 nel 2024, 17 nel 2025 — anno record con oltre 28 miliardi — e già venti a metà 2026.
I dati internazionali confermano la tendenza. Secondo l’fDi Report del Financial Times, nel 2024 l’Italia ha attratto 242 progetti greenfield, con una crescita del 5,7%, mentre l’Europa arretrava dell’8%, la Francia del 26% e la Germania del 33%. Pesa, in questo scenario, la stabilità politica: un governo tra i più longevi della storia repubblicana offre agli investitori quella continuità che il capitale esige prima ancora degli incentivi fiscali. Gli impegni sopravvivono ai cicli elettorali. E questo, nel linguaggio degli investitori istituzionali, vale quanto una garanzia sovrana.
I casi concreti parlano da soli. A Novara, Silicon Box investe 3,2 miliardi nel primo impianto europeo di packaging avanzato di semiconduttori, con 1.600 posti diretti e 3.000 nell’indotto. A Balangero si recuperano minerali critici dall’ex miniera di amianto, trasformando una ferita ambientale in risorsa strategica. In Lombardia, Vantage Data Centers pianifica 8 miliardi di investimento. Ad Anagni, Novo Nordisk destina un miliardo alle terapie GLP-1. Il Mezzogiorno emerge come baricentro di questa nuova geografia industriale: 14 progetti per quasi 21 miliardi, con la Puglia in testa. Non è assistenzialismo. È industria.
Dietro questi risultati c’è un metodo amministrativo preciso: sportello unico, tutoraggio dedicato, fast track previsto dall’articolo 13 per i progetti sopra il miliardo. Il bilancio è eloquente — oltre 70 progetti completati in tre anni, un tasso di successo del 95%, 33.000 posti di lavoro generati. La burocrazia, quando è organizzata con intelligenza istituzionale, diventa un fattore competitivo.
Restano tuttavia margini di miglioramento che un’agenda riformista seria non può ignorare. Un dividendo territoriale potrebbe imporre a chi beneficia di sostegno pubblico di destinare una quota dell’investimento a formazione tecnica, infrastrutture locali e rigenerazione urbana intorno all’insediamento: un piccolo PNRR diffuso, senza debito. Allargare la platea agli investitori — includendo fondi e family office — e valorizzare il patrimonio immobiliare inutilizzato, dai capannoni vuoti alle caserme dismesse, rappresenta un’ulteriore leva. Una clausola di salvaguardia fiscale triennale, che garantisca gli incentivi vigenti al momento della decisione di investimento, risponderebbe all’esigenza più elementare del capitale privato: non teme le regole, teme che cambino a partita in corso. Infine, un visto Golden quinquennale per investimenti superiori ai due milioni, con istruttoria in 60 giorni, ruling fiscale prioritario e ricongiungimento familiare esteso, colmerebbe un vuoto che altri Paesi europei hanno già riempito da anni.
Il PNRR ha avuto il merito storico di ricostruire le fondamenta — infrastrutture, digitale, transizione ecologica — in un momento in cui lo Stato non poteva permettersi di aspettare il mercato. Ma una ripresa che non presenti il conto alle generazioni future si costruisce con il capitale privato che sceglie l’Italia, ci porta competenze, crea occupazione qualificata e non chiede rimborsi. Farlo arrivare, trattenerlo, moltiplicarlo: questa è la vera agenda economica del prossimo decennio. Risorse che non dovremo restituire a nessuno.
(Dati Mimit, 2026)

