Difesa ed energia: l’Italia chiede flessibilità a Bruxelles con una strategia di bilancio misurata

L’Italia ha scelto la strada della prudenza. Anziché sfruttare al massimo gli spazi concessi dal Patto di Stabilità e Crescita, il governo Meloni ha optato per un’attivazione parziale e calibrata della clausola di salvaguardia nazionale, combinando flessibilità su difesa ed energia per un totale di circa 36 miliardi di euro su un orizzonte triennale. È una scelta che rivela tanto sulle tensioni interne alla maggioranza quanto sulla volontà di non compromettere il percorso di risanamento dei conti pubblici. La tesi è semplice: l’Italia sta cercando di conciliare gli impegni europei in materia di sicurezza con la realtà politica di una coalizione non unanime sul riarmo, e lo fa con una geometria finanziaria che privilegia la sostenibilità rispetto all’ambizione massima.

I numeri illustrati ieri dal Ministero dell’Economia e delle Finanze alle Camere rendono evidente questa logica di contenimento. Roma intende richiedere l’intera flessibilità disponibile per l’energia — uno 0,6% del PIL cumulato nel triennio, con un tetto annuale dello 0,3% — ma si limiterà a uno 0,9% complessivo per la difesa, ben al di sotto dell’1,5% annuo per tre anni che le regole europee consentirebbero, ovvero un potenziale 4,5% nel periodo. La somma dei due capitoli porta all’1,5% cumulato, una cifra che non è casuale: è il risultato di un negoziato interno alla coalizione prima ancora che di un confronto con Bruxelles. La componente leghista del centrodestra ha storicamente mostrato freddezza verso le ipotesi di riarmo, e quella resistenza si è tradotta in un testo parlamentare che ha richiesto limature dell’ultima ora.

Il nodo politico interno e il compromesso sul Safe

La questione più delicata ha riguardato il ricorso ai fondi del programma Safe, lo strumento europeo di prestiti congiunti per gli investimenti in difesa, dal quale l’Italia potrebbe attingere fino a 14,9 miliardi di euro. Una prima versione della risoluzione di maggioranza citava esplicitamente la convenienza dei tassi europei rispetto ai BTP italiani — un argomento razionale dal punto di vista finanziario, ma politicamente indigesto per la Lega, che vi leggeva un’eccessiva subordinazione alle condizioni di Bruxelles. Il testo è stato riscritto in corsa, nell’auletta del governo della Camera, con ministri, sottosegretari e rappresentanti dei partiti riuniti in fretta. Il risultato è una formulazione più neutra, che vincola le eventuali risorse Safe a «sistemi tecnologici difensivi e di sicurezza nazionale». La Lega ha rivendicato la modifica come una vittoria di buonsenso; le opposizioni l’hanno usata per sottolineare le divisioni interne al centrodestra. Il sottosegretario al MEF Federico Freni ha glissato con ironia: «Sono abituato alla legge di bilancio, un altro livello di stress — questo si regge benissimo».

Sul piano del calendario, la distribuzione temporale delle risorse non è neutrale. La flessibilità per l’energia si concentrerà nel 2027 e nel 2028, poiché il 2026 è ormai troppo avanzato per essere utilmente coperto dalla clausola, che richiede l’approvazione del Consiglio europeo in autunno. I fondi energetici, inoltre, non potranno essere destinati a sussidi sui carburanti, ma esclusivamente a progetti strutturali per la sicurezza energetica del Paese — una scelta che risponde alla logica comunitaria di evitare distorsioni di mercato e che la presidente Meloni ha esplicitamente collegato alla necessità di affrontare le conseguenze economiche del conflitto in Iran senza creare un cortocircuito politico tra spese militari e sostegno a famiglie e imprese. La flessibilità sulla difesa, invece, si concentrerà prevalentemente nel 2028, rispecchiando i tempi tecnici delle commesse militari: gli equipaggiamenti vengono contabilizzati alla consegna, non all’ordine, e i grandi programmi di investimento richiedono anni.

Resta sullo sfondo una variabile decisiva: la procedura per disavanzo eccessivo in cui l’Italia è ancora formalmente inserita. A settembre si attende la certificazione dei dati sul deficit 2025, che potrebbe confermare un rientro sotto la soglia del 3% già a partire dall’anno scorso. Attivare la clausola di salvaguardia prima di uscire dalla procedura non è impossibile, ma allunga i tempi e complica le negoziazioni con Bruxelles. È questo il vincolo che governa l’intera architettura della manovra autunnale, quando il governo presenterà uno scostamento di bilancio che dovrà essere approvato dalle Camere a maggioranza qualificata. L’implicazione è chiara: la credibilità dell’Italia come interlocutore europeo dipende anche dalla capacità di dimostrare che la flessibilità richiesta si inserisce in un percorso di consolidamento fiscale, non in una fuga dalle regole. Una distinzione sottile, ma politicamente essenziale.

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