Il centrodestra è alle prese con uno dei nodi più intricati della riforma elettorale in corso di elaborazione: l’introduzione delle preferenze sulla scheda di voto. Mentre Fratelli d’Italia e Noi Moderati spingono per assegnare agli elettori il potere di scegliere i propri rappresentanti, Lega e Forza Italia si oppongono con fermezza, temendo di perdere il controllo sulle candidature nei territori. La coalizione che governa il Paese si trova così divisa su una questione che tocca il cuore stesso della rappresentanza democratica, con riunioni serali e contatti frenetici tra i vertici dei partiti che non hanno ancora prodotto un accordo.
Nella sede di Fratelli d’Italia in via della Scrofa, a Roma, si sono riuniti nei giorni scorsi i cosiddetti “sherpa” incaricati di trovare una mediazione. Presenti, tra gli altri, Giovanni Donzelli e Angelo Rossi per FdI, Andrea Paganella e Roberto Calderoli per la Lega, Alessandro Battilocchio e Stefano Benigni per Forza Italia, Alessandro Colucci per Noi Moderati e il segretario dell’UDC Antonio De Poli. In parallelo, la premier Giorgia Meloni ha intrattenuto contatti diretti con i vicepresidenti del Consiglio Matteo Salvini e Antonio Tajani e con il leader di NM Maurizio Lupi, in un tentativo di sbloccare l’impasse per via politica prima ancora che tecnica.
Il nodo delle preferenze e la pressione esterna
Al centro del dibattito vi è una proposta di compromesso che prevede il blocco del capolista e del secondo candidato in lista, lasciando le preferenze operative solo per i nomi successivi. Una soluzione a metà che, tuttavia, non convince nessuno: né la Lega e Forza Italia, contrarie in linea di principio, né gli stessi Fratelli d’Italia, che giudicano insufficiente qualsiasi concessione che svuoti la portata della riforma. Meloni ha ribadito con chiarezza la propria posizione: la nuova legge porterà il suo nome e lei non intende abbandonare una battaglia condotta «da sempre», dopo anni di critica alle liste bloccate. A complicare il quadro interviene dall’esterno Roberto Vannacci, europarlamentare e leader di Forza Nuova, che su Facebook ha provocato direttamente la premier chiedendole di «tirare fuori gli attributi» e garantire preferenze senza posizioni bloccate. Il generale gioca la carta della pressione populista, strizzando l’occhio a un elettorato che ritiene insufficienti i risultati del governo in quasi quattro anni.
Sul fronte delle norme accessorie, dal quartier generale di FdI si conferma che la cosiddetta norma anti-Vannacci resterà invariata. Si tratta della disposizione che impone la raccolta di firme per il deposito delle liste ai movimenti privi di un gruppo parlamentare costituito, una regola che penalizza le formazioni politiche di nuova costituzione o prive di rappresentanza stabile nelle Camere. Vannacci aveva contestato il fatto che Azione e Noi Moderati fossero esentati dall’obbligo in quanto titolari di un gruppo in almeno una Camera al 2025. Gli sherpa respingono la lettura: «Non esiste nessuna norma anti-Vannacci — precisano — esistono semplicemente regole più stringenti per le nuove formazioni, come è giusto che sia in un sistema che vuole garantire stabilità istituzionale.»
Il voto dei fuori sede e i tempi della riforma
Un ulteriore elemento di discussione riguarda il voto dei fuori sede, misura sostenuta con forza dal centrosinistra e dal Movimento 5 Stelle. Il centrodestra, consapevole del rischio di lasciare ai progressisti l’esclusiva di una battaglia dai forti connotati civici, sta lavorando a un emendamento autonomo che dovrebbe essere presentato nelle prossime ore. L’obiettivo è intestarsi una proposta di ampliamento della partecipazione democratica, evitando che diventi terreno di esclusiva propaganda avversaria. Sul fronte dei tempi, la coalizione ha accolto la richiesta dell’opposizione di rinviare i lavori in concomitanza con la prima grande manifestazione pubblica del fronte progressista a Napoli, pur avvertendo che il rinvio non potrà trasformarsi in un pretesto per rallentare indefinitamente l’iter: «Lo Stabilicum va chiuso», ribadiscono da via della Scrofa. La fumata nera di ieri sera non chiude la partita. Ma la distanza tra i partner di governo resta ampia, e il tempo stringe.

